I blog oggi sono diffusissimi. Chiunque può crearne uno, con pochi passi stupid proof. Quanti milioni ne esistono al mondo? Non mi son data pena di fare una ricerca statistica, ma nessuno può negare che si tratti di un fenomeno dalla portata decisamente ampia.
Alcuni pensano che questo cosidetto “web 2.0″ sia un’invenzione “da marchettari”, che probabilmente sembra banale stare a discuterne, o magari ritengono il “2.0″ una sorta di marchio o trovata pubblicitaria per rivendere come innovative delle tecnologie che esistono da sempre.
Adesso sembra tutto ovvio, certo. E’ una cosa talmente sotto gli occhi e alla portata di tutti. Ma chi l’avrebbe immaginato dieci anni fa? Non a livello tecnologico, ma come fenomeno sociale e culturale, nessuno avrebbe ipotizzato o immaginato la realtà di oggi.
La similitudine tra l’Internet del ’96 e lo scarso interesse che Second Life ha riscosso in rete (similitudine di cui non sono autrice), però, fa pensare. Buona parte delle persone che conosco provano Second Life e poi mi chiedono: “Sì, ma a cosa serve? Come si gioca?”. Più o meno è quello che la maggior parte delle persone pensava di Internet dieci-dodici anni fa: non esistevano probabilmente contenuti appetibili al grande pubblico, non c’era immediata utilità nell’utilizzo del web, quando ci si chiedeva “A cosa mi serve Internet?” si sentiva parlare di scenari e di possibilità, ma l’applicabilità pratica era ancora scarsa. E adesso, anche chi come me utilizza Second Life ha difficoltà a spiegare di cosa davvero si tratti. Al più, ci si ferma a qualche esempio: ma ciò che ha appeal per qualcuno può non averlo per altri. E’ estremamente difficile capire che il reale valore di un metaverso digitale sono le potenzialità, la possibilità di espressione non soltanto con le parole; comprenderlo implica un notevole sforzo di immaginazione di possibili scenari futuri (futuribili?).
Lo scenario che immagino è un futuro in cui ognuno di noi avrà il suo metaverso personale. Con tecnologie che esistono già oggi (e che tra dieci anni probabilmente saranno rivendute dai “marchettari” con nuovi sofisticati marchi), benché acerbe e bisognose ancora di sviluppo. Però esistono.
Si comincia a sentir parlare di OpenSim, una versione indipendente e opensource (rilasciata sotto licenza BSD) della componente server di Second Life, sviluppata in attesa che Linden Lab rilasci il codice anche per i server (dopo averlo già fatto per il client). E’ un software che è già possibile provare, su macchine Windows, Linux e MacOSX (la procedura di installazione è descritta qui, la configurazione invece è qui); a questo server ci si connette col normale client della Linden (configurato come descritto qui). Per una forma di supporto condiviso, esistono anche all’interno di Second Life alcuni punti di ritrovo dedicati a questi progetti, e tre gruppi (OpenSL, OpenSim e libsecondlife).
Per il momento, l’aspetto tecnico interessante è che il server non sembra richiedere risorse particolarmente impegnative a livello hardware: può insomma girare su qualunque computer abbastanza recente. Esistono già diverse “public grid” a cui connettersi se si vuol provare l’esperienza senza installarlo sul proprio pc, le principali sono segnalate in questa pagina.
Io ho invece provato a installarlo e non ho trovato alcuna difficoltà. Tra l’altro in questa pagina si trovano i binari già pronti, che non hanno bisogno di compilazione e vi cosentono di evitare il passaggio di installazione di Visual C# Express Edition (a meno che non siate maghi del linguaggio, nel qual caso potete compilare i sorgenti con nAnt… ma non mi soffermo
). In questa finestra è possibile vedere man mano l’avanzamento dell’installazione e tutte le modifiche che si effettuano da client (clicca per ingrandire, e non meravigliarti: a noi informatici le interfacce testuali piacciono, ebbene sì).
Opensimavvio
Bisogna comunque annotare che OpenSim è in uno stato di sviluppo molto precoce e attualmente non credo possa essere utile per l’utente normale, “medio”. Apre però scenari interessanti per il futuro… perché non sarà sempre così. Si creeranno interfacce sempre più evolute, accedere alla tecnologia a tre dimensioni sarà progressivamente più semplice, e chissà, forse arriverà il momento in cui chiunque avrà la possibilità di costruirsi il proprio metamondo con semplicità, come si fa oggi con un blog.
Quale sarà la chiave del successo di un simile sistema? La risposta è lampante: l’interoperabilità. E secondo me non siamo nemmeno così lontani da quest’obiettivo, o almeno dalla convinzione universale che sia un requisito indispensabile, come dimostra il fatto stesso che sia stata costituita una Virtual World Interoperability Alliance tra aziende del calibro di Cisco, IBM, Microsoft, Google, Intel e anche LindenLab (che sembrerebbe essere quella con meno interesse a uno sviluppo in questa direzione).
Cosa significa concretamente interoperabilità? In parole povere, vuol dire che io, avatar, devo poter navigare tra gli N metamondi (virtualmente infiniti) sparsi per le (virtualmente) infinte grid installate sul pianeta. Devo potermi teletrasportare dal server X a quello Y senza perdere la mia identità (con un OpenID?), né il mio aspetto, né il contenuto del mio inventario. Non si tratta solamente di un vezzo materialistico: l’inventario non è soltanto ciò che possiedo, ma anche gli occhi, il volto, l’aspetto, e, in ultima analisi, la mia identità.
La questione pone anche dei quesiti interessanti: ad esempio, una parte estremamente importante dell’attuale esperienza virtuale è l’esistenza di una moneta di valore riconosciuto e nella quale gli utenti ripongono fiducia. In che modo sarà possibile ottenere lo stesso risultato nell’interconnessione di metamondi sparsi per il globo? Riusciremo a inventarci qualcosa di innovativo o il massimo che sapremo fare è introdurre anche nella nostra seconda vita gli istituti bancari?
Un altro esempio di domanda stuzzicante è come funzioneranno le ricerche. Idealmente, io vorrei cercare posti, persone ed eventi attraverso tutti i possibili metamondi esistenti. Chi si incaricherà di catalogare e gestire un patrimonio diffuso tanto quanto Internet stessa? E in che modo?