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Love & books in tempi come questi
Se c'è una cosa di cui sono sempre stata davvero felice, è di essere nata in una casa piena di libri. Ho imparato a leggere verso i quattro anni e da allora ho contribuito in maniera preponderante al suddetto riempimento. Ricordo ancora quando avevo sette anni e, durante un trasloco, mio padre acquistò uno scaffale che all'epoca mi sembrava enorme: il simbolo della felicità. Molti dei libri di mio padre parlavano d'arte, erano molto grandi perché pubblicavano immagini stampate di quadri, ma io l'arte non l'ho mai imparata. Mi piaceva, ricordo, un grosso volume che invece parlava delle tecniche artistiche; pennelli, colori, avrei dovuto capirlo allora che sono decisamente più tecnica che creativa.
I miei libri invece sono sempre stati per lo più romanzi. Con l'esclusione di fantascienza e fantasy, che ancora oggi non riescono ad attrarmi - però mai dire mai - leggevo un po' di tutto. Adoro la letteratura francese ed inglese dell'ottocento e contemporaneamente ho l'intera collezione di Agatha Christie. Ho letto, e amato, alcuni libri totalmente sconosciuti, e ho nello scaffale anche alcuni cosiddetti imperdibili must che tuttavia sono ancora in coda, ancora da aprire.
Mio figlio è un accanito lettore e ne sono molto fiera. Ha cominciato ad appassionarsi ai libri da un paio d'anni circa, credo sia stato perché i "libri per bambini" li trovava poco interessanti (ditemi voi se ha torto). Dopo l'intera saga di Harry Potter andata via in nemmeno due mesi, e altri volumi dal peso non indifferente ("Non voglio libri piccoli, sono troppo corti, finiscono subito", ah, chissà da chi ha preso?), adesso sta cominciando a spulciare tra i libri miei, opportunamente indirizzato dalla sottoscritta. Sicuramente allo stato attuale legge più di me.
C'è stato un lungo periodo della mia vita - gli anni dell'università, più o meno - in cui ho praticamente smesso di leggere. Non so il perché. Probabilmente ritenevo di non avere tempo. Era come un matrimonio di vecchia data e ormai senza slanci: stavamo sotto lo stesso tetto fancendo finta di nulla, e senza che nessuno facesse il primo passo. Ho ricominciato a leggere viaggiando: per oltre un anno andavo a Roma tutti i weekend, avevo otto ore di viaggio, più qualche altra ora libera, e Roma mi offriva su un piatto d'argento delle librerie fornitissime nelle quali mi perdevo per ore e da cui non riuscivo a venir via senza qualcosa di nuovo in mano. Ho riscoperto un amore mai finito, di cui ho deciso di prendermi cura, di non lasciarlo più andare via di nuovo così, per distrazione.
Circa un anno fa ho aperto il mio account su aNobii, che ancora adesso curo aggiornandolo sempre quando ho novità; non ho schedato tutti i libri che ho in casa, sono troppo pigra, ma solamente quelli acquistati negli ultimi due anni circa. Mi sembrano così pochi, però mi piace curare questo piccolo database, dare un voto simbolico ed esprimere un'opinione; mi serve a tener traccia non solo dei libri indimenticabili, ma anche di quelli che inevitabilmente evaporano dalla memoria semplicemente perché non varrebbe la pena ricordarsene :)
Ultimamente comunque ho notato una cosa molto strana, strana per me. Come al solito, il solo vedere una libreria mi costringe ad entrare. Adoro quel profumo di libri nuovi. Di solito succedeva così: inebriata da quell'odore, passeggiavo lentamente tra gli scaffali, osservando, lasciando scorrere lo sguardo, fin quando il libro, quello destinato ad entrare nella mia vita, non saltava agli occhi, semplicemente. Succedeva sempre, era un meccanismo automatico, collaudato.
Adesso che vivo in un posto nuovo ho già visitato tre o quattro librerie mai viste prima, eppure questa cosa non è più successa. Dopo poco tempo ho cominciato a sentirmi ansiosa e sono uscita senza acquistare niente. Non so bene cosa fosse: una specie di paura di comprare il libro sbagliato, benché sapessi che tutto sommato, anche se fosse successo, non sarebbe stata una gran cosa, non mi stavo mica sposando e di libri bruttini ne ho letti tanti. Invece del blocco dello scrittore, ho inventato e brevettato il blocco del lettore.
L'ultima volta sono andata in una libreria in compagnia e ho ricominciato a sentire quest'ansia, accentuata dal fatto che invece la persona che era con me sceglieva tranquillamente più di un titolo. Ho detto a me stessa che dovevo comprare un libro anch'io, ma non riuscivo più a concentrarmi su quello che vedevo, fin quando ho cominciato a dare in escandescenze innervosendomi e quasi strillando che non riuscivo a trovare qualcosa che mi piacesse; provvidenziale l'intervento di un commesso gentilissimo che mi ha messo in mano un libro assicurandomi che non me ne sarei pentita.
Mi sono fidata. Non avevo scelta, e d'altra parte le cose si manifestano in molti modi: se io non riuscivo a vederlo, il libro, è lui che ha dovuto fare qualcosa di più per raggiungermi. Per mezzo del commesso.
Poi ho fatto bene perché è un libro che racconta dell'amore per i libri. Ma ne parlerò quando l'avrò finito.
Comunque durante gli ultimi giorni sono rimasta a rimuginare spesso su questa reazione un pochettino esagerata che ho di fronte ai libri. Sono solo libri, mi ripetevo.
Ieri sera non avevo con me i libri che sto leggendo in questo periodo, che sono rimasti a casa mia, mentre io ero qui a casa dei miei. Così ne ho preso uno quasi a caso tra quelli comprati chissà quando e mai letti. Mi serviva un libro che durasse un pomeriggio, non di più, quindi non lunghissimo e soprattutto scorrevole. Ho scelto "Un posto nel mondo" di Fabio Volo, uno di quei libri che io chiamo "letture da spiaggia", non in senso dispregiativo, ma nel senso che si tratta di romanzi che non richiedono un altissimo livello di attenzione per essere compresi.
Avevo letto, anni fa, "E' una vita che ti aspetto" sempre di Fabio Volo. All'epoca lo trovai così incantevole che l'ho consigliato a mezzo mondo. Ieri ho letto quest'altro romanzo e sono rimasta sconcertata. Ne era praticamente la brutta copia. Una trama quasi inesistente. L'intero libro si basa sulle elucubrazioni mentali del protagonista che si improvvisa guru di se stesso e in qualche modo del lettore, raccontando com'è meglio affrontare la vita, quali sono le cose da fare, anzi da pensare, per non essere insoddisfatti... una ripetitività ed una banalità di dimensioni macroscopiche.
Il punto è che il libro che avevo letto anni fa e avevo amato era più o meno lo stesso. Niente di particolarmente diverso. Probabilmente sono diversa io, adesso. Insomma, mai rileggere a distanza di anni un libro che si amava: è un po' come voler rivedere un ex dopo tanti anni. Nell'immaginario ancora rivedi quel bel ragazzo bruno dagli occhi fiammeggianti, e invece ti capita di incontrare un impiegato semicalvo, con la pancia e gli occhiali. Se invece di ostinarti a volerlo rivedere l'avessi conservato nella memoria, non ti saresti rovinata un bel ricordo che invece ora è perduto.
Lì ho capito che no, i libri non sono solo libri. Un libro che ho amato molto improvvisamente adesso non mi piace più: quanto sono cambiata allora? Quante cose sono convinta di detestare e invece, se solo le provassi mettendo da parte il pregiudizio, mi piacerebbero? Di quante cose ho una convinzione sedimentata dagli anni che invece sarebbe smentita da una prova dei fatti?
Un libro non è solo un semplice resoconto di fatti, non è costituito solo da una trama che ha un inizio e una fine. Un libro comunica soprattutto emozioni. Regala sensazioni, pensieri, a volte nuovi modi di vedere le cose. Che naturalmente dipendono anche da chi legge, dal periodo della vita che sta affrontando, dalla sua sensibilità. Scoprire di non amare più un libro significa perdere tutto questo, perdere il ricordo di quell'emozione.
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Tutto in un giorno (where I belong)
Elencare solo le cose "da fare" mi sembra riduttivo e parziale. Oggi non sento di poter esimermi dall'elencare anche le cose-che-ho-fatto.
Ho mangiato un gelato mentre fingevo di posare per fotografie destinate ad avere altri soggetti. E qualche foto l'ho fatta anch'io.
Ho visitato un'abbazia greco-ortodossa dalle spettacolari decorazioni, e anche con belle aiuole coloratissime nel chiostro.
Ho costeggiato un lago, in macchina sotto il sole, con l'acqua che brillava e il vento sulla faccia, e mi sono scottata la spalla che stava fuori dal finestrino e ne sono contenta perché guardando il rossore mi sembra di sentire ancora un po' quel senso di spensierata libertà.
Ho mangiato cose buone e fotografato uno spiritoso esemplare d'animale :)
Ho apprezzato enormemente il riposino pomeridiano nella mia freschissima casetta mentre fuori la canicola non dava scampo.
Ho girato e girato e girato per un altro enorme centro commerciale, dove ho trovato il posto dei miei sogni: chiosco Illy con tantissimi tipi di caffè, anche freddi, tutti buonissimi :)
Ho visto un film adrenalinico, un po' pauroso e molto ansiogeno - che quindi, secondo i miei gusti, mi è piaciuto molto - che ha smesso di spaventarmi solo qualche ora più tardi, dopo che cena e birra e amici hanno sortito un effetto di tranquillizzante ritorno alla realtà.
Ho girato chissà quante volte per le stesse strade di San Giovanni con un navigatore fedifrago che non voleva portarmi a destinazione (fino a quando per fortuna ho potuto sostituirlo col mio vero navigatore di fiducia), e ho cenato con poche persone fidate, spassose, divertenti, con cui sto a mio agio.
Ma soprattutto, la cosa più bella, ho camminato per i vicoli del mio paese e ho goduto dell'aria fresca della notte seduta sotto i gelsomini, guardando le stelle oltre le fronde, pensando che non troverò mai al mondo un posto più bello a cui appartenere.
Tutto in ottima compagnia. E tutto in 36 meravigliose ore che scalano rapidamente la classifica delle più belle vissute finora.
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La pioggia prima che cada
Incuriosisce il titolo di questo libro, il cui senso appare chiaro soltanto alla fine della lettura di un romanzo piacevole e scorrevolissimo: probabilmente non vincerà il premio Nobel, ma Coe è bravissimo soprattutto nelle descrizioni - le descrizioni delle venti fotografie scelte dalla defunta Rosamond per raccontare la storia della sua famiglia, la minuziosa ricerca di dettagli e particolari che illudono il lettore di avere queste immagini lì, proprio davanti agli occhi.
La storia è quella di una linea tutta femminile di discendenza familiare, di abbandono, maltrattamenti, disamore che si perpetuano di madre in figlia: figlie non amate, rifiutate, si trasformano con gli anni in madri indifferenti e crudeli, loro malgrado, inevitabilmente, fino a quando qualcosa di tragico - più tragico del resto, o almeno più evidente agli occhi della società - non spezza il circolo vizioso e una famiglia nuova, piena di cure e d'affetto, non dimostra che l'unica cura, l'unica salvezza è l'amore, soprattutto per i bambini.
La pioggia prima che cada non esiste, perché se non cade non può chiamarsi pioggia. E' inesistente eppure è qualcosa che piace lo stesso, ed è la metafora dell'attaccamento di Rosamond alla sua famiglia disastrata: una famiglia che affettivamente non può definirsi tale, ma nella quale lei cerca a tutti i costi di vedere il buono, il bello, la speranza.
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