Archive for Luglio, 2007
Lug
31
di Monica
Io adoro la pizza, le patatine fritte, la parmigiana di melanzane, le lasagne di mia madre, e un lungo elenco di altre cose. Però detesto i piselli. Mangio più o meno di tutto, mi so adattare, non faccio storie praticamente mai, ma i piselli proprio non li sopporto. Al massimo li trangugio facendo finta di non vederli nell’insalata di riso. Ma sono una delle cose che più detesto, proprio non li digerisco, mi fanno schifo. Immagino che ognuno di noi abbia il suo piatto che odia, la verdura che gli fa schifo, il frutto che gli dà il voltastomaco al solo nominarlo. Ognuno ha la propria bestia nera, e la mia sono i piselli. Non c’è un motivo preciso, mi fanno schifo e basta.
Ora, mettiamo il caso che cado in un buco nero e mi ritrovo sull’isola dei piselli. L’isola dei piselli è un’isola dove non si mangia altro che piselli (anche se il nome potrebbe indurre a ben altre idee decisamente più allettanti). Piselli in tutte le salse. Yogurt ai piselli a colazione. Estratto di piselli al posto del latte. Minestra di piselli a pranzo, purea di piselli come contorno, sformato di piselli per secondo. A cena, piselli saltati in padella. Finisco in quest’isola dove non c’è scampo. Che faccio?
Risposta banale: mangio i piselli, perché devo pur sopravvivere. Chiudo gli occhi, mi tappo il naso e ingoio. Non ho scelta, non ci sono alternative.
Sarò circondata senza dubbio da qualche buon centinaio di persone disposte a enumerarmi le infinite prelibatezze contenenti piselli. Tutti mi diranno: “Ma dai, non senti quanto son buoni? Ma come fanno a non piacerti? Ma sei matta, son qualcosa di unico…” e via dicendo - con buona pace della mia bile costretta a travasarsi continuamente, non basta dover mangiare piselli, mi devo anche sopportare ’sti rompic…
Ok. Insomma, non ho alternative. Esistono solo piselli qui, d’ora in poi i piselli saranno il mio unico cibo. Anche se di notte mi metto a frugare, entro di nascosto nelle case altrui, mi intrufolo nel retro dei negozi. Non trovo altro che piselli. Niente da fare, non ci sono vie d’uscita. Dopo anni di ricerche disperate, anche se l’isola non l’ho girata veramente tutta, posso supporre con un buon grado di approssimazione e probabilità che non troverò niente. Piselli e basta.
E poi un giorno, siore e siori, mi fulmina la genialata. Arriva la vocina nella mia testa che mi dice: non serve cercare altro! La risposta in realtà è dentro di te, ed è semplicissima: convinciti che ti piacciono i piselli, e ti piaceranno davvero!
Così penso, dopotutto cosa costa provare, tanto non ho di meglio da fare oggi. E allora mi metto seduta, con un bel piatto di piselli davanti e il manuale “5000 ricette coi piselli”, leggo con attenzione ogni frase, assaporo ogni boccone, mi ripeto come un mantra “uau, è squisito, che meraviglia”. Man mano prendo l’abitudine di farlo ogni giorno. Una volta a settimana vado al ristorante locale dove, oltre a tutto questo, la proprietaria mi chiede come trovo i suoi piatti e io posso risponderle: “Fantastici, signora mia”.
E’ diventato un gioco di forza con me stessa, non saranno i piselli a vincere su di me ma io su di loro, io sono più forte, sono superiore, non devo più sentirmi schiava del loro sapore disgustoso, non gli dò questa soddisfazione!
Ma è un gioco che dura poco. Perché quando sono a letto, al buio, sola nella mia stanza la notte, penso alla fragranza di una fumante pizza con la salsiccia. Al profumo delle patatine fritte con la maionese. A quella parmigiana di melanzane divina. Al pane con la nutella, ai cornflakes nel latte, agli spaghetti coi frutti di mare… e la mia fissazione per i piselli diventa ancora peggiore. Più penso a quello che mi manca (e mi mancano sempre di più, e sempre di più non riesco a smettere di pensarci), più detesto i piselli con tutta me stessa, certi giorni mi lascerei morire pur di non mangiarli. Ma vince l’istinto di sopravvivenza.
Sopravvivere è quella cosa che molti confondono con vivere.
Lug
29
di Monica

Premettendo di essere quanto di più ignorante in materia di comunicazione (oltre ad avere, di mio, la necessità di perfezionare un pochetto le mie relazioni sociali…), il mio modestissimo parere è che un Lucania.Social sia una bella idea, dopotutto.
Ci ho messo un po’, credo, per afferrare il concetto, ma mi auguro di aver capito. Spero. Si tratta di un “aggregatore” (così mi hanno detto), che per i comuni mortali come me si traduce in una specie di sito-portale che raccoglie e consente di avere sott’occhio tutto quanto “passa” nella mente (e sulla tastiera) dei blogger lucani. Chiedo scusa se son così prosaica, ma a me le cose vanno spiegate a stampatello :-)
Ho protestato, sorridendo, solo per due cose: la suddivisione tra potentini e materani (per una volta potevamo tacerla, se lo scopo dopotutto è “aggregare”), e la presenza di un gadget che non riesco in nessun modo ad aggiungere a questo sito - l’ho sempre detto, io, che il programmatore non sarà mai il mio mestiere.
Credo che sia un eccellente candidato ad essere un punto di partenza per dare forma e voce alle idee dei “lucani pensanti”, perché ci sono eccome, ma soli e dispersi tra le montagne e “timidi”. Purché, voglio sottolineare, sia un punto di partenza e non d’arrivo. Le idee vanno espresse ad alta voce, anzi a più voci, vanno raccolte e rese coerenti, affinate dalla partecipazione e dalla condivisione. Se io leggo il tuo blog e tu leggi il mio, e ci diciamo l’un l’altro come siamo belli e come siamo bravi, e tutto finisce lì, forse era meglio andarsi a fare una partita a stecca: almeno ci saremmo guardati in faccia.
Non è una critica, tutt’altro: è un incoraggiamento a partecipare, partecipare e partecipare, vederci, unirci, parlare, condividere. Anche senza schermi. Soprattutto!
Lug
21
di Monica
Non ci si riesce a staccare, l’ho letto tutto d’un fiato. Mi sono ritrovata in un mondo sconosciuto, questa è la parola esatta, sconosciuto. E mi sono sentita un po’ colpevole che lo fosse.
Io sono nata alla vigilia degli anni Ottanta, non ho vissuto tante cose, non le ho viste; e quelle che ho visto sono sempre state lontane, la mia vita è in una cittadina tra i monti, lontana dalle città con i circoli politici, i collettivi, i centri sociali. Quando ho fatto il master a Roma, sono rimasta impressionata, la mattina di un sabato d’inverno soleggiata ma freddissima, nel notare una targa sul muro di fronte all’ingresso del Dipartimento di Informatica. Una targa per Massimo D’Antona, colpito lì. Sì, proprio lì. Era successo nel punto esatto dove stavo io in quel momento. Sono rimasta immobile per diversi minuti. Stavo provando a immaginare quel momento del 1999, mi dicevo che avrei potuto essere lì, in fondo. Era come sentirsi parte della Storia, pensavo.
Ma questo libro è qualcosa di molto di più. Mi ha scaraventato nella follia di quello che è accaduto, una follia vista dal di dentro, dalle persone che ne sono rimaste vittime; mi ha introdotta in mondi che normalmente forse non si riescono a immaginare. Mi sono sentita colpevole per quanto silenzio esiste su queste vicende, per quanto ho imparato che non sapevo neppure lontanamente; vorrei che tutti potessero leggere e apprezzare il racconto di Mario Calabresi, è toccante e commovente, per la forza con cui ha saputo raccontare un dolore tanto grande, per la serenità con cui ha affrontato e tuttora affronta il silenzio, la dimenticanza e l’ignoranza.
Lug
17
di Monica
Ci sono persone che sanno esprimere quello che pensi molto, molto meglio di quanto possa fare tu stesso. Ne ascolti, o leggi, le parole, e senti che quei concetti li hai sempre pensati, ma pensati non è la parola esatta, forse è più “tenuti dentro”, sentiti ma senza saperli fissare con parole - cosa in cui peraltro sono bravissima, quella di pensare troppo e parlare proporzionalmente troppo poco.
Riporto un manifesto scritto da Fausto Bertinotti “per la costruzione di un nuovo soggetto della sinistra di alternativa”. Mi sembra quasi (ma solo quasi) di tornare ai tempi in cui non era ancora del tutto uno di loro…
La sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell’esistenza politica. Non è solo, com’è successo tante altre volte, il rischio della sconfitta: quel che si affaccia è l’orizzonte di un vero e proprio declino. E questa volta l’urgenza della risposta è davvero grande. E’ un po’ come quando tocca insieme correre e cercare la strada, ed è anche possibile che non si riesca a trovarla. Ma se finisse così l’esito sarebbe drammatico: l’eredità del movimento operaio del ‘900 ne sarebbe, semplicemente, cancellata.Questa è la novità vera di questa fase: va prendendo corpo un’ipotesi a-democratica di dominio che dissolve i fondamenti stessi della dialettica politica della modernità, come la discriminante tra destra e sinistra, pone l’impresa come centro dell’ ”interesse generale”, lavora sulla passivizzazione di massa - politica, sociale e culturale - come vera e privilegiata leva della stabilità.
La crisi di civilità diventa il più forte alleato di questo progetto. Il disordine, la violenza diffusa nella vita sociale e nella quotidianità, e quindi la paura e l’insicurezza di massa: ecco le “corpose realtà”, che diventano contestualmente anche potenti armi ideologiche, sulle quali si fa leva per espellere dalla politica (e dalle istituzioni) il conflitto sociale e di classe.
Il rischio è nessuna sinistra: cioè una sinistra senza classe ma con i voti, e tante sinistre divise alla ricerca della classe ma senza voti.
Se questa è la posta in gioco, il compito prioritario, in Italia e in Europa, non può che essere la lotta contro l’omologazione: ovvero la necessità “assoluta” di tentare di tenere aperta la partita, di preservare lo spazio di una politica di trasformazione, di alimentare la vitalità di una proposta di alternativa.
Oggi in Italia però si affaccia una nuova possibilità-necessità: la chance dell’unità, per tutte le forze della sinistra alternativa, per dare efficacia all’azione. E così raccogliere un bisogno diffuso, sebbene scarsamente definito, nei movimenti, nella società, nell’opinione di sinistra.
Quando le sinistre sono all’opposizione e si presenta un avversario minaccioso il voto operaio e popolare si ricolloca a sinistra. Ma quando la sinistra è al governo, la disaffezione conduce il voto popolare verso il conflitto con l’intero sistema politico e il voto oscilla tra l’astensione e la protesta. Se non si spezza, nel suo fondamento, questa propensione, la frattura tra rappresentanza e movimenti è destinata a fissarsi, mettendo a rischio l’esistenza stessa della sinistra.
E dunque quale cambio di passo questo quadro propone alla sinistra di alternativa? In primo luogo la costruzione di una massa critica capace di fronteggiare questa sfida. Senza una soggettività unitaria e plurale dell’intera sinistra di alternativa, la massa critica necessaria non la si mette insieme. E ci si perde. E’ ora che il fiume (i fiumi) entrino nel lago.
L’americanizzazione della politica in Europa si è fatta un rischio minaccioso. Ogni rinvio di una nuova iniziativa a sinistra lo può alimentare. Dunque, la proposta che ci sentiamo di avanzare qui e ora, è quella di una costituente del soggetto unitario e plurale della sinistra di alternativa.
Il governo è una variabile dipendente nel futuro della sinistra di alternativa. Va perseguita quando ne ricorra la necessità per il futuro del paese e/o quando su di esso si possa investire per un progetto di riforma della società. Il rapporto tra la politica del cambiamento e i movimenti è una variabile indipendente, nel senso che la ricerca di tale rapporto è il sale di ogni politica di trasformazione della società.
Credo sia solo nostalgia, ma come sarebbe bello sapersi/potersi infervorare ancora, pensare di poter fare, cambiare, decidere ancora.
Lug
15
di Monica
Trovo tutto questo molto triste.