Lucania for Birmania - ci siamo (quasi)
E’ arrivato il giorno di “Lucania for Birmania”. Abbiamo lavorato, rincorso e anche, nel mio caso, camminato sui tetti (!), ed è stato tutto fatto con allegria e convinzione.
Tutti i dettagli organizzativi sono qui, non voglio ripetere quanto già è stato scritto: se volete raggiungerci, sapete come fare!
La diretta andrà in onda qui, sperando che quanto ci è stato promesso (la connettività è ancora un bene di lusso, a quanto pare!) venga mantenuto entro la giornata; ma sono fiduciosa di sì.
Ringrazio quanti hanno sostenuto e creduto nell’iniziativa, a partire da tutti gli amici blogger che hanno pubblicizzato l’evento, fino al simpatico Christian che con estrema disponibilità sta cercando ancora di risolvere alcuni problemi tecnici.
Non voglio dilungarmi con altri particolari. L’attenzione deve restare focalizzata non sull’evento in sé, ma sul suo vero scopo: continuare a tenere gli occhi puntati su quanto sta accadendo in Myanmar. Perciò voglio dare voce alla testimonianza di una persona che ha visitato la Birmania e che ne porta gelosamente in cuore i ricordi: ringrazio dunque Micaela Tioli per aver condiviso le emozioni di quei giorni, e Paolo De Rossi per aver tessuto un altro pezzo di “rete sociale”.
Non è molto che sono tornata, e dedicare un po’ del mio tempo ricordando i giorni passati con il popolo birmano poco più di un mese fa mi sembra il minimo che possa fare, le mie parole in confronto alle emozioni che loro hanno fatto vivere a me saranno sempre poche, anche se il ricordo e la gratitudine è grande ed è per sempre. Mi trovavo lì quando sono iniziate le prime manifestazioni a Yangoon, ero diretta a Mandalay e parlavo proprio con il mio autista Aye Swe di quello che succedeva. Ho passato tre settimane girovagando per tutto il Myanmar, quello visitabile naturalmente, dove il governo ti fa andare, dove non ci sono pericoli di guerriglie, dove puoi vivere a contatto con la gente, respirare la loro serenità d’animo, osservare i migliaia di zedi e budda che invadono il paese, camminare tra il rosso dei monaci e respirare la loro saggezza e il rispetto che la gente nutre per loro.
Ogni tanto provavo a chiedere ad Aye Swe informazioni su come il regime faceva vivere i birmani: lui era sempre molto timido nel raccontarmi ed io cercavo di farlo con il massimo del rispetto, per non farlo sentire a disagio e non impaurirlo.
Soltanto dopo aver passato un po’ di giorni insieme lui ha iniziato a raccontarmi alcune cose; mi diceva che il popolo voleva la democrazia, che erano molto poveri.
Non sapeva che il suo paese era tra gli ultimi posti per quanto riguarda la sanità e che era invece il secondo paese per commercio di eroina.
Il regime diffonde la sua informazione, Internet c’è da poco e spesso oscurata, non era sempre possibile mandare una mail in Italia o utilizzare un motore di ricerca occidentale.
Poco dopo ferragosto ero a Mandalay, quando una mattina lui mi disse con il suo inglese: “In Yangoon there are a lot people that say: democracy, democracy!”
E tutti i giorni, mentre eravamo in giro, lui chiamava qualcuno a Yangoon per farsi dire com’era la situazione.
Una mattina mi disse se potevo prestargli 100 dollari, perché quel giorno il regime aveva alzato di tre volte il prezzo della benzina e così lui aveva finito i soldi per portarmi in giro…
Inizialmente ho creduto che fosse una mossa ad hoc per turisti, ma mi ci è voluto pochissimo per capire che non è proprio nella loro indole comportarsi in maniera disonesta.
Tra l’altro non sono per niente abituati al turismo, sono di una lealtà imbarazzante, ti trattano come fossi uno di loro, pronti a offrirsi in cambio di nulla anche se sei un viaggiatore…
Ho dormito per qualche giorno di fronte alla Swedagon, uno dei posti più sacri per i buddisti del Myanmar, di notte il suo bagliore dorato illuminava la mia stanza ed io non chiudevo neanche le tende per addormentarmi davanti a lei… pensare che soltanto dopo pochi giorni un posto dove giri a piedi nudi e respiri una aria di tranquilla beatitudine possa diventare teatro di guerriglie mi fa tristezza e non riesco a immaginarlo.
Un paese che non ha diritto ad essero libero, dove il premio Nobel per la pace è agli arresti domiciliari, dove la dittatura è stata sconfitta per l’82 % ma non ha mai deposto il potere. Uno dei pochi posti in Asia totalmente autentico, dove uomini e donne vestono con vestiti tipici, non esiste influenza occidentale, non esiste Coca Cola, Nike, McDonald’s.
I loro unici rapporti sono con l’oriente, la Tailandia per esempio, a cui vendono il tek e che a sua volte rivende all’occidente; un altro triste primato è che, insieme alla foresta amazzonica, è uno dei primi paesi al mondo che rischia il disboscamento.
Il Myanmar è un paese ricco di gas, di petrolio su cui la Cina ha messo mano, è tra i primi produttori di pietre preziose, in particolare rubini, che vende a multinazionali importanti, è tra i primi produttori di riso, di legname pregiato, ha numerose risorse e non si capisce come fa la gente ad essere così terribilmente povera.
Potrebbe vivere di turismo, eppure un posto come Bagan, una distesa verde con originariamente più di 4000 templi (ormai ne sono rimasti 2500), equiparato come bellezza ad Angkor in Cambogia e dichiarato patrimonio dell’Unesco, è stato successivamente abbandonato proprio dall’Unesco per problemi economici con il governo.
…E mentre noi giravamo e scoprivo tutto questo, Aye Swe tutte le mattine mi diceva che a Yangoon urlavano “democracy! democracy!”.
Mi ricordo la luce nei suoi occhi mentre mi diceva così, come se sperasse che qualcosa finalmente sarebbe cambiato dopo 45 anni.
Gli ultimi giorni della mia permanenza in Myanmar lui mi diceva di scrivergli e-mail, e io l’avevo anche rassicurato che avrei dato i suoi dati a chiunque sarebbe andato in Myanmar, così lui avrebbe guadagnato un po’. Ne era felicissimo, perché ama il suo lavoro, per lui sei un ospite e non un turista.
La sua passione è talmente tanta che scatta una foto di tutti coloro che accompagna, la incolla su un diario e si fa scrivere l’indirizzo e un pensiero sul Myanmar.
L’ultimo giorno, di ritorno a Yangoon dopo le tre settimane di tour, mi ha voluto far conoscere la figlia, che studiava inglese perché voleva fare il lavoro del padre, e con lei mi ha mandato a stampare la mia foto che avrebbe messo sul suo diario, poi mi ha dato tanti biglietti da visita da dare ai miei amici e si è raccomandato che io gli scrivessi appena arrivavo in Italia per comunicargli che il viaggio era andato bene.
…Io gli ho scritto per salutarlo, per dirgli che dall’Italia pregavo per lui e per il popolo birmano, che avrei voluto in qualche modo aiutarli, perché i posti che vedo ora in tv sono gli stessi che mi hanno regalato emozioni immense, che l’Italia non li abbandona e che c’è tanta gente che con il cuore gli è vicina… ma le mie mail non arrivano più laggiù… tutte le sere provo a inviarle ma tornano indietro.
Gli è stato oscurato anche l’unico misero spiraglio di libertà che si illudevano di avere.
Micaela Tioli, Myanmar 5-26 agosto 2007

14 Ottobre 2007 at 14:31
Complimenti veramente per tutto quello che avete fatto, ho seguito il live via web per qualche minuto, non sono riuscito a venire su.
14 Ottobre 2007 at 20:21
Brava alla “mastra”, come dice la sorella :-))