Web to web: la coda lunga del parlarsi addosso
Il tema del confronto tra giornalisti e blogger ultimemente mi lascia un po’ sconcertata.
Il "vespaio" sollevato dalla puntata di Porta a porta del 21 febbraio continua ad avere strascichi notevoli (la famosa "coda lunga" che è ormai una bellissima espressione da utilizzare per colpire l’attenzione di chi legge, o ascolta), come dimostra il video inserito in questo post: è il riassunto realizzato da Alfredo di una chiacchierata avvenuta tra blogger a proposito del passaggio incriminato - chiacchierata che a quanto pare avrà un seguito questa sera.
Detto sinceramente, quel passaggio non mi ha colpito più di tanto. Si parlava del delitto di Perugia, e la signora Graziottin si è esplicitamente riferita ad una certa parte del "popolo della rete", alla fascia d’età adolescenziale (lo ripete più volte) ed a fenomeni che oggettivamente esistono. Non mi è sembrato di aver sentito affermare che Internet è il male, che avere un blog è di per sé un segno di instabilità psicologica o che, come ho sentito molte volte in giro negli ultimi giorni, sia addirittura sinonimo di prostituzione.
Questa lettura esagerata che ne è stata fatta in rete dimostra, per assurdo, proprio quello che invece non vorremmo dimostrare, ovvero che ci sono effettivamente blogger per cui il blog ha un valore eccessivo. Guai a chi glielo tocca, si sentono "minacciati" da una sessuologa che è andata in televisione a parlare di un delitto e di come alcuni strumenti vengano male utilizzati da alcune persone, dai rischi che si corrono.
Vogliamo star lì a precisare che non tutti coloro che utilizzano Internet e lo strumento del blog sono esibizionisti alla disperata ricerca di visibilità? Va bene, se proprio ci tenete, precisiamolo, anche se per il mio modo di vedere era superfluo. La lettura più intelligente e realistica dell’intervento della dottoressa l’ha fatta Alfredo quando dice:
"Rispetto a quello che diceva la Graziottin, sinceramente io mi sento di condividerlo: quando dice che oggi molti giovani esistono solo se sono su Internet, io non la leggo come una critica a Internet e ai blog, la leggo come un problema della nostra società. Se un giovane oggi per esistere è costretto a farsi un blog, non perché è una scelta sua ma perché altrimenti in questa società non trova altri spazi di espressione per diventare quello che vorrebbe diventare, allora il blog diventa l’unica valvola di sfogo, l’unico spazio in cui crearsi una propria identità e renderla visibile agli altri. Questo non è un problema di Internet, è un problema della società."
Anche a me, fin dall’inizio, il senso dell’intervento è apparso questo, ed il polverone sollevato dai blogger mi sembra basato su ben poca cosa. E’ indubbio che il mondo "esterno" conosca molto poco il - peraltro - variegato "popolo della rete", ma sullo sforzo di integrazione bisogna lavorare con apertura, disponibilità e con argomenti convincenti (come ha scritto Claudio, l’iniziativa di Stefano è a molti apparsa, anziché una difesa - di cui comunque continuo a dire che non ci fosse necessità - della blogosfera, un "lei non sa chi sono io").
Al di là di questo continuo parlarsi addosso che purtroppo è sempre stata abitudine della parte di blogosfera che interpreta con troppo zelo il senso della "coda lunga", la cosa che continua a sconcertarmi è un’altra.
Pensare che basti avere le competenze tecniche per aprire un blog per essere a tutti effetti considerati alla stregua di un giornalista, questo sì che è un disturbo psicologico! Facciamo a capirci: oggi Internet ci mette a disposizione strumenti inarrivabili fino a pochissimo tempo fa, ma questo non vuol dire che automaticamente siamo tutti professionisti. Aprire un canale per la diretta in streaming ed ascoltare i pareri di chi metaforicamente "alza la mano" e chiede la parola, non vuol necessariamente dire che quell’opinione è autorevole, nemmeno se ci sono cinquanta persone che la ascoltano - il diritto di parola e d’opinione è sacrosanto, e io ascolto le opinioni di tutti: possono esserci cattive opinioni da parte di persone autorevoli, e buone opinioni di persone comuni. Ma essere un blogger non è di per sé una condizione sufficiente ad avere professionalità ed autorevolezza. Giocare con un canale di streaming video aperto ad interventi volontari è come se io avessi invitato nel salotto di casa mia un buon numero di amici e ognuno dicesse la sua; la differenza è solo che gli amici sono distanti e quindi si utilizza uno strumento diverso, e che a casa mia non ci sarebbero abbastanza sedie :) ma da qui a parlare, non dico nemmeno di "TV di qualità", ma anche solo di TV…
Pensare che chiunque possa fare il giornalista è espressione dello stesso qualinquismo di Beppe Grillo: solo l’altra sera ad Anno zero è andata in onda una sua conferenza stampa in cui sbraitava contro i giornalisti presenti che, con molta maggiore educazione e professionalità, stavano ad ascoltarlo mentre diceva che l’Ordine dei giornalisti va abolito perché il giornalista deve poterlo fare chiunque senza dover sostenere un esame di "ammissione". Io non so cosa ne pensino i giornalisti del loro Ordine, ma di certo questa motivazione per abolirlo non sta né in cielo né in terra, altrimenti diciamo che chiunque può fare qualunque cosa senza alcun criterio di cernita e basta. Sicuramente ci sono cose che andrebbero migliorate, ma per ben altri motivi; sicuramente esistono giornalisti incompetenti, o con un’etica tutt’altro che "etica", ma non per questo vanno attaccati tutti come categoria.
Non voglio certamente insegnare niente a nessuno, ma sentire toni secondo cui "siamo in guerra, in battaglia, sotto attacco" mi fa invitare ad adottare un po’ di moderazione e fare affermazioni cum grano salis (my two cents).


2 Marzo 2008 at 14:30
Posso dirti, da “tentato” giornalista che ormai ha deciso di provare a intraprendere altre strade per disperazione che l’ordine dei giornalisti è una porcata assoluta.
E non perché non serva un sistema che certifichi le qualità e la professionalità di questo genere di lavoro, ma perché nei fatti l’ordine è semplicemente uno strumento di preservazione - questa sì - della casta. Il sistema di ingresso nell’ordine è nei limiti dell’irrealizzabile.
Io - se devo dirla tutta - lo considero offensivo della mia intelligenza (leggi: mi prende esplicitamente per il culo).
2 Marzo 2008 at 14:42
Concordo quasi interamente con quanto da te scritto, tranne la parte relativa all’ordine dei giornalisti, le ragioni le ha già ben spiegate Gatto Nero. Esistono sicuramente metodi più “democratici” per valutare le competenze professionali di un individuo.
2 Marzo 2008 at 15:01
La mia non era una difesa dell’Ordine - tra l’altro non ne so nulla, non sono del mestiere - intendevo solo dire che un criterio di valutazione deve esserci. Se invece dell’Ordine ne esiste qualcuno migliore, ben venga, è chiaro :)
2 Marzo 2008 at 16:22
Che dire? Io intendo precisamente dire che siamo “in guerra”. Mi sbaglio in questi contesti molto, molto, molto raramente (per mia sfortuna), quindi ne riparleremo tra un annetto e mi saprai dire che è successo.
Un saluto.
M.
2 Marzo 2008 at 16:46
Io penso che il criterio di valutazione di un buon giornalista dovrebbe essere, come per qualsiasi attività professionale, la qualità del suo lavoro. Non esiste un “ordine degli scrittori”, proprio perché non serve essere iscritti ad un ordine per dimostrare di saper scrivere. Concordo pienamente con questa frase di Einaudi, tra l’altro molto citata nell’ultimo periodo, ora l’ho cercata su Google e l’ho ritrovata sul blog di Piero Ricca, ma di certo l’ho letta da molte altre parti (articolo21? il blog di Grillo? Non ricordo francamente):
“L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti”
Insomma, la qualità “dovrebbe” farla il mercato, ma anche questo archetipo tanto amato dai liberisti in realtà si è dimostrato utopico e non aderente alla realtà, perché subentrano pressioni esterne come marketing e pubblicità.
In ogni caso un sistema “aperto” è migliore di un sistema “chiuso”, internet insegna.
2 Marzo 2008 at 17:52
Ciò non toglie che un criterio ci debba essere. Quello attuale è sbagliato? Ok, cambiamolo. Ma non si può pensare che basti “saper scrivere” per fare il giornalista. Come ogni altra professione, non ci vuole solo il mezzo.
2 Marzo 2008 at 19:43
Assistiamo al boom della rete da oltre 10 anni, la gente (giovane, meno giovane e mooolto meno giovane) si costruisce “seconde identità” sulla rete sfruttando chat e community virtuali e il grande problema sarebbe sorto solo adesso coi blog????
Ed in ogni caso penso che nessuno pretenda di essere considerato giornalista solo scrivendo quattro parole in croce su uno spazio web.
2 Marzo 2008 at 20:44
Monica, perché deve esserci per forza un criterio? Negli altri paesi, a quanto mi risulta, quella del giornalista è una professione libera. Gli ordini professionali, soprattutto per come sono concepiti, sono una stortura tutta italiana. Io la mia competenza la dimostro sul campo: se so trovare una notizia, se so scrivere, se le maggiori testate pubblicano i miei articoli, per quale motivo non dovrei essere definito giornalista? Naturalmente l’esempio rimane su questa particolare categoria professionale, ma si può ragionare allo stesso modo su tutti gli altri ordini. Il criterio di merito dovrebbe stabilirlo il “datore di lavoro”, sia esso il singolo che ti paga un emolumento per la qualità della prestazione offerta, sia esso il tuo “capo” che ti retribuisce con normale busta paga. Il discorso è sui giornalisti, ma vale per altre categorie professionali, gestite come “cosa loro” dai soliti quattro “pappa” che controllano liberamente il mercato. D’altro canto chi dovrebbe decidere chi è un bravo giornalista e chi no? Il politico di turno che emette “editti” e giudizi? Gli altri giornalisti? Oppure il lettore?
Per il resto, come ho scritto prima, sono perfettamente in linea con quanto da te scritto.
2 Marzo 2008 at 21:02
Il problema è che poi si arriva alla stortura opposta. In linea di principio il tuo ragionamento va bene, ma tu sei già un passo avanti quando dici “se le maggiori testate pubblicano i miei articoli”… parliamo di un momento in cui già ci si è affermati. Il mio ragionamento è un passo prima. A mio avviso fare il giornalista non significa soltanto trovare una notizia e scriverne: significa anche - in linea di principio - avere un background culturale in grado di saper interpretare (politicamente, storicamente, culturalmente) quella notizia e farla diventare informazione. Prova a pensare a come una stessa notizia viene freddamente battuta dall’Ansa e come invece viene raccontata da - primo esempio che mi viene in mente - Marco Travaglio o Alessandro Gilioli. Credo che per un lettore la cosa sia molto diversa. Ebbene, io non credo che chiunque abbia aspirazioni da giornalista sia in grado poi di saper effettivamente raccontare nel modo corretto una notizia e trasformarla in informazione.
Se tu poni il “se” nella pubblicazione degli articoli da parte di una testata, significa che lasci in mano alla testata il criterio di scelta di cosa pubblicare e cosa no. Quindi alla fine un criterio in qualche modo c’è. Poi dipende dalla linea editoriale della testata - e se temi che sia “il politico di turno” ad esprimere giudizi, beh, è un rischio da cui purtroppo, soprattutto in Italia, non ci si riesce a liberare.
L’abolizione dell’Ordine a me non fa né caldo né freddo, non è quello, attualmente, un organo di controllo né di garanzia. Dico soltanto che, se davvero va abolito, il motivo non è certo che chiunque sa fare il giornalista.
E questo vale per tutti gli ordini professionali. Aboliamo quello degli ingegneri, purché poi non ci si lamenti di strutture fatiscenti o quartieri invivibili. Aboliamo quello dei medici, così chi non si può permettere di meglio finisce in mano ad incompetenti. Aboliamo tutto e lasciamo il libero mercato… dove il criterio sono soltanto i soldi. La mia professione funziona così, non c’è un ordine, né un criterio oggettivo, e il tuo “datore di lavoro” (sia capo aziendale o cliente diretto) decide a sua completa discrezione se secondo lui il tuo lavoro ha valore, e quanto vale. Nulla di tutto questo è garanzia di qualità, ma indica soltanto di quanti soldi dispone chi ti commissiona il lavoro.
2 Marzo 2008 at 21:35
L’esempio secondo me non è calzante. Perché sia coloro che scrivono per l’ANSA sono giornalisti (spesso pubblicisti, ovvero giornalisti di serie B), esattamente come Travaglio e Giglioli., anche quello descritto in questo articolo è un giornalista, anche se scrive articoli decisamente “particolari”. Spesso e volentieri mi capita di leggere articoli scritti da giornalisti che non hanno soltanto scarsa confidenza con la professione, ma addirittura scarsa dimestichezza con la lingua italiana. Purtroppo la sola iscrizione all’ordine non è affatto garanzia di qualità, anzi, molto probabilmente il sistema attuale penalizza la qualità in favore di favoritismi, nepotismi e giochi di potere.
Io non sono certo un sostenitore del “mercato selvaggio” ma mi chiedo perché alcune categorie di lavoratori debbano essere totalmente alla mercè della libera concorrenza mentre altre possono godere di privilegi e tutele francamente anacronistiche.
Mi citi l’esempio della professione informatica. Qui sfondi una porta aperta giacché anch’io purtroppo faccio lo stesso mestiere e so cosa vuol dire avere a che fare con datori di lavoro incompetenti, clienti ignoranti, e sfilze di cialtroni che si improvvisano esperti ma che in realtà non hanno alcuna reale competenza. Ma credi davvero che basterebbe la semplice creazione di un albo professionale per risolvere il problema? Io, per quella che è la mia esperienza, credo proprio di no. Il problema è davvero molto più complesso e profondo, ci vorrebbe un libro per riuscire ad analizzarlo seriamente, anche se io mi sono fatto un’idea molto precisa sulla faccenda.
2 Marzo 2008 at 21:38
Concordo, avere semplicemente un ordine a cui iscriversi non è garanzia di qualità. Il problema è complesso, ma mi piacerebbe ascoltare la tua idea :)
2 Marzo 2008 at 22:02
Monica, vorrei parlarne anch’io. Nel merito ho discusso spesso con amici e colleghi, ed ho anche espresso opinioni e punti di vista in alcuni forum. Magari raccoglierò le idee e ci scriverò un post, anche se la mia coda di “post” in lavorazione e mai terminati sta diventando sempre più lunga. :D Secondo me sarebbe una gran cosa riuscire a trattare questi argomenti in maniera più globale, tra addetti ai lavori, un post che non genera un’interessante e produttiva discussione rischierebbe solo di essere l’ennesima lamentela, magari condivisa da tutti ,che però non porta ad alcuna soluzione. Francamente credo che sul web si scrivano davvero tante, troppe cose inutili, che spesso si espandono a macchia d’olio ed ottengono vasta eco (il caso Vespa da te citato è un ottimo esempio) mentre si finiscono per trascurare argomenti che, almeno dal mio punto di vista, dovrebbero ottenere maggiore attenzione. Credo che sia ora di analizzare con occhio più critico molte delle cose che girano intorno al cosiddetto web 2.0. Ma come al solito sto divagando, quindi ritorno a bomba sulla questione e rispolvero una vecchia idea di Antirez: invece dei soliti Barcamp (che in me non destano alcun interesse, anzi, se ascolto un altro “esperto” che mi parla di autoreferenzialità dei blog e citizen journalism rischio di diventare triviale.. :D) realizziamo un Techcamp, ovvero un BarCamp per addetti ai lavori., magari su un tema specifico. Quello si che potrebbe essere un incontro interessante e produttivo.
2 Marzo 2008 at 22:19
Mi sembra una splendida idea. Potremmo cominciare a ragionarci assieme ad altri “tech”… lo spunto in ogni caso è davvero interessantissimo :)
3 Marzo 2008 at 01:08
Io quel video l’ho linkato al mio blog e ho spiegato il perchè l’ho trovato molto interessante…..
3 Marzo 2008 at 11:14
Leggo solo oggi questo post, perchè ieri ho viaggiato.
Condivido tutto ciò che ha scritto Monica e credo di averlo espresso sia nel dibattito riassunto nel video che sul mio blog.
E sul mio blog ho scritto anche cosa penso dell’Ordine dei Giornalisti e dei motivi per cui credo che debba essere abolito.
Non perchè tutti possono fare i giornalisti senza regole, ma perchè l’Ordine non svolge più le funzioni per le quali è nato.
Qualcuno sa a cosa dovrebbe servire l’Ordine dei Giornalisti?
Fondamentalmente ha due compiti: la tenuta dell’albo professionale e l’autogoverno della categoria.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si tratta di un compito “notarile” che consiste nel raccogliere le carte richieste dalla legge (articoli, dichiarazioni dei direttori di testata, certificati vari) e procedere all’iscrizione dei pubblicisti/professionisti nell’apposito elenco dell’Albo.
Rispetto alla seconda funzione, credo che sia fondamentale per i cittadini e non per la difesa della casta (anche su questo ho scritto un post spiegando quanto guadagna la maggior parte dei giornalisti).
L’Ordine dovrebbe vigilare sula corretteza dell’informazione, a tutela dei cittadini lettori/telespettatori, comminando sanzioni disciplinari (dal richiamo alla radiazione) ai giornalisti che violano il codice deontologico.
Un po’ lo stesso ruolo che svolge il Csm nei confronti della magistratura, un organo di autocontrolo.
Perché sia indispensabile che categorie come giornalisti e magistrati debbano autocontrollarsi credo sia evidente: sottrarli al controllo (e alla censura) del potere politico.
Non è l’Ordine e decidere chi diventa giornalista. L’Ordine registra, in base a quanto prevede la legge.
Claudio ha ragione a lamentarsi della difficoltà che si incontrano quando si decide di fare questo mestiere (e credo di averlo già scritto in un commento sul suo blog). Ma non dipende dell’Ordine. Dipende da un mercato del lavoro che è sempre più chiuso e le cui regole vengono dettate dai grandi editori.
Ma qui si finisce sul terreno sindacale e rischio di andare fuori tema.
3 Marzo 2008 at 13:23
quoto Alfredo.
3 Marzo 2008 at 14:56
se ti interessa c’è anche un concorso, in tema
http://www.cabaretbisanzio.com/2008/03/03/grande-concorso-per-la-gloria-cabaret-bisanzio/
3 Marzo 2008 at 18:22
Mi limito a dire che quoto tutto quello che hai detto.
Finalmente un commento lucido ;)
4 Marzo 2008 at 10:12
Condivido anche le virgole del tuo intervento. Nella rete, come nel mondo reale, ci sono i fanatici guerriglieri: arrestiamoli tutti. Nel merito. Ho l’impressione che la questione sia malposta. La figura romantica del blog contro-informativo somiglia tanto alla vecchia e ormai sorpassata retorica del giornalismo cane da guardia. Informare è un lavoro complesso che necessita di capitali e modalità organizzative non proprio alla portata del singolo blogger. Il citizen journalism è una banale utopia. Il blog (e più in generale i media sociali) è invece un portentoso moltiplicatore di opinione. Imparare a conoscerne i limiti (o le prerogative) vuol dire usarlo meglio.
6 Marzo 2008 at 09:19
Non sono d’accordo con la lettura che dai delle affermazioni della Graziottin. Per l’esimia sessuologa il blog e’ solo uno strumento per raggiungere la tanto agoniata visibilita’, ed il viatico per una forma di prostituzione.
Personalmente sono convinto che anche tra gli adolescenti NON sia cosi’.
A parte questo c’e’ un altro aspetto da sottolineare: Vespa e soci parlano ed emettono sentenze senza conoscere il cio’ di cui trattano (la blogosfera). Questo per una trasmissione RAI che dovrebbe essere servizio pubblico e’ grave di per se’.
A parte questo sono d’accordo che sia errato parlare di “scontro” o addirittura di guerra, e mi pare di averlo detto anche nel video: c’e’ bisogno di comprensione e rispetto reciproco tra blogger e giornalisti.