Di Monica, 3 mesi e 26 giorni fa

Mi fido di te...?

405242286 414fe7c57aPer affinità e simpatia seguo le avventure della mamma-single Christina, che ieri, in un lungo post sull'assurdità del razzismo e del sessismo nel 2008, annota come suo figlio, che ha poco meno di 5 anni, adori Barack Obama storcendo invece il naso ogni volta che vede la Clinton o McCain in tv: quello che purtroppo ancora per molti è "l'uomo nero", per un bambino di 5 anni è un idolo che ispira incondizionata fiducia, a prescindere - direi ovviamente, in questo caso - dal programma politico.

Mentre mi interrogavo riguardo all'esistenza o meno di tale fiducia anche in Italia, mi sono imbattuta nella notizia dell'assegnazione degli European Science Awards:

Luisa Corrado, professoressa dell'università di Roma Tor Vergata e ricercatrice alla facoltà di Economia a Cambridge, ha vinto il premio per lo studio dal titolo: "La ricchezza dà la felicità?". Uno studio che rivela quanto siano infelici gli italiani insieme agli abitanti dei Paesi mediterranei, battuti dai freddi scandinavi che si piazzano invece ai primi posti. La ricerca, secondo la responsabile, evidenzia come l'elemento centrale per essere felici non sia la ricchezza, ma la fiducia: fiducia nelle istituzioni, nelle leggi e in tutto quello che rappresenta il proprio Paese. Ecco allora Danimarca, Finlandia e Svezia al top nella classifica dei popoli più felici, mentre l'Italia è al quindicesimo e ultimo posto, preceduta da Portogallo e Grecia.

 

(foto di prissy_tom_boy)

Di Monica, 4 mesi e 1 giorno fa

Questioni vitali

Pur essendo a conoscenza dell'iniziativa del Sole24Ore delle 10 domande da proporre ai candidati premier, avevo finora accuratamente evitato di andare ad ascoltarle, per paura di quel che avrei potuto sentire.

Un amico stasera, durante una conversazione, ha confermato i miei sospetti: più della metà delle domande sono riconducibili in qualche modo alla rete e al mondo digitale. Non ci credevo: ho controllato.

Secondo i blogger i problemi dell'Italia sono la libertà della rete, la democrazia digitale, tecnologia e saggezza.

Con buona pace dei quattro morti quotidiani sul posto di lavoro, delle famiglie che non arrivano alla fine del mese, delle vittime di delinquenti che non si fanno mezza giornata di galera.

Di Monica, 4 mesi e 7 giorni fa

Web to web: la coda lunga del parlarsi addosso

Il tema del confronto tra giornalisti e blogger ultimemente mi lascia un po' sconcertata.

Il "vespaio" sollevato dalla puntata di Porta a porta del 21 febbraio continua ad avere strascichi notevoli (la famosa "coda lunga" che è ormai una bellissima espressione da utilizzare per colpire l'attenzione di chi legge, o ascolta), come dimostra il video inserito in questo post: è il riassunto realizzato da Alfredo di una chiacchierata avvenuta tra blogger a proposito del passaggio incriminato - chiacchierata che a quanto pare avrà un seguito questa sera.

Detto sinceramente, quel passaggio non mi ha colpito più di tanto. Si parlava del delitto di Perugia, e la signora Graziottin si è esplicitamente riferita ad una certa parte del "popolo della rete", alla fascia d'età adolescenziale (lo ripete più volte) ed a fenomeni che oggettivamente esistono. Non mi è sembrato di aver sentito affermare che Internet è il male, che avere un blog è di per sé un segno di instabilità psicologica o che, come ho sentito molte volte in giro negli ultimi giorni, sia addirittura sinonimo di prostituzione.

Questa lettura esagerata che ne è stata fatta in rete dimostra, per assurdo, proprio quello che invece non vorremmo dimostrare, ovvero che ci sono effettivamente blogger per cui il blog ha un valore eccessivo. Guai a chi glielo tocca, si sentono "minacciati" da una sessuologa che è andata in televisione a parlare di un delitto e di come alcuni strumenti vengano male utilizzati da alcune persone, dai rischi che si corrono.

Vogliamo star lì a precisare che non tutti coloro che utilizzano Internet e lo strumento del blog sono esibizionisti alla disperata ricerca di visibilità? Va bene, se proprio ci tenete, precisiamolo, anche se per il mio modo di vedere era superfluo. La lettura più intelligente e realistica dell'intervento della dottoressa l'ha fatta Alfredo quando dice:

"Rispetto a quello che diceva la Graziottin, sinceramente io mi sento di condividerlo: quando dice che oggi molti giovani esistono solo se sono su Internet, io non la leggo come una critica a Internet e ai blog, la leggo come un problema della nostra società. Se un giovane oggi per esistere è costretto a farsi un blog, non perché è una scelta sua ma perché altrimenti in questa società non trova altri spazi di espressione per diventare quello che vorrebbe diventare, allora il blog diventa l'unica valvola di sfogo, l'unico spazio in cui crearsi una propria identità e renderla visibile agli altri. Questo non è un problema di Internet, è un problema della società."

Anche a me, fin dall'inizio, il senso dell'intervento è apparso questo, ed il polverone sollevato dai blogger mi sembra basato su ben poca cosa. E' indubbio che il mondo "esterno" conosca molto poco il - peraltro - variegato "popolo della rete", ma sullo sforzo di integrazione bisogna lavorare con apertura, disponibilità e con argomenti convincenti (come ha scritto Claudio, l'iniziativa di Stefano è a molti apparsa, anziché una difesa - di cui comunque continuo a dire che non ci fosse necessità - della blogosfera, un "lei non sa chi sono io").

Al di là di questo continuo parlarsi addosso che purtroppo è sempre stata abitudine della parte di blogosfera che interpreta con troppo zelo il senso della "coda lunga", la cosa che continua a sconcertarmi è un'altra.

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Pensare che basti avere le competenze tecniche per aprire un blog per essere a tutti effetti considerati alla stregua di un giornalista, questo sì che è un disturbo psicologico! Facciamo a capirci: oggi Internet ci mette a disposizione strumenti inarrivabili fino a pochissimo tempo fa, ma questo non vuol dire che automaticamente siamo tutti professionisti. Aprire un canale per la diretta in streaming ed ascoltare i pareri di chi metaforicamente "alza la mano" e chiede la parola, non vuol necessariamente dire che quell'opinione è autorevole, nemmeno se ci sono cinquanta persone che la ascoltano - il diritto di parola e d'opinione è sacrosanto, e io ascolto le opinioni di tutti: possono esserci cattive opinioni da parte di persone autorevoli, e buone opinioni di persone comuni. Ma essere un blogger non è di per sé una condizione sufficiente ad avere professionalità ed autorevolezza. Giocare con un canale di streaming video aperto ad interventi volontari è come se io avessi invitato nel salotto di casa mia un buon numero di amici e ognuno dicesse la sua; la differenza è solo che gli amici sono distanti e quindi si utilizza uno strumento diverso, e che a casa mia non ci sarebbero abbastanza sedie :) ma da qui a parlare, non dico nemmeno di "TV di qualità", ma anche solo di TV...

Pensare che chiunque possa fare il giornalista è espressione dello stesso qualinquismo di Beppe Grillo: solo l'altra sera ad Anno zero è andata in onda una sua conferenza stampa in cui sbraitava contro i giornalisti presenti che, con molta maggiore educazione e professionalità, stavano ad ascoltarlo mentre diceva che l'Ordine dei giornalisti va abolito perché il giornalista deve poterlo fare chiunque senza dover sostenere un esame di "ammissione". Io non so cosa ne pensino i giornalisti del loro Ordine, ma di certo questa motivazione per abolirlo non sta né in cielo né in terra, altrimenti diciamo che chiunque può fare qualunque cosa senza alcun criterio di cernita e basta. Sicuramente ci sono cose che andrebbero migliorate, ma per ben altri motivi; sicuramente esistono giornalisti incompetenti, o con un'etica tutt'altro che "etica", ma non per questo vanno attaccati tutti come categoria.

Non voglio certamente insegnare niente a nessuno, ma sentire toni secondo cui "siamo in guerra, in battaglia, sotto attacco" mi fa invitare ad adottare un po' di moderazione e fare affermazioni cum grano salis (my two cents).

Di Monica, 4 mesi e 23 giorni fa

Blogging from Cuba

Cubablog550Yoani Sànchez è una blogger. Ha 32 anni e vive a Cuba, e già solo per questo merita attenzione: perché, normalmente, essere blogger ed essere cubani sono due condizioni che non possono convivere con facilità.

Mi piace seguire il suo blog in lingua originale (benché ne esista una versione inglese ed anche una in tedesco) anche se non parlo lo spagnolo: tuttavia, ponendoci attenzione, è così musicalmente simile all'italiano da essere pienamente comprensibile. Yoani racconta la Cuba che vive, le difficoltà ed i rischi dell'espressione della propria opinione, e lo fa in modo chiaro, semplice, lieve. Come quando si veste da turista ed entra, fingendosi cliente, negli hotel di L'Havana dove accede alla connessione "libera" riservata agli stranieri, e scrive il più velocemente possibile perché le costa sei dollari l'ora, l'equivalente di due settimane di stipendio. A Cuba gli unici ad avere accesso ad Internet sono gli impiegati statali, i ricercatori e gli accademici, tramite un account fornito dal governo. Il resto della popolazione può avere soltanto un indirizzo di posta elettronica, al quale accede tramite appositi terminali presenti negli uffici postali. Internet per loro è off-limits.

In realtà dozzine di persone che appoggiano il regime hanno un blog. Tutti blog che riportano "posizioni ufficiali" ed evitano di raccontare la vita quotidiana nell'isola. Quelli che non lo fanno, al massimo disquisiscono di cinema e letteratura, o pubblicano fotografie. La maggior parte, comunque, preferisce restare anonima.

Di fronte a questo desolante quadro, la voce di Yoani diventa ancora più importante. Non stupisce quindi vedere centinaia di commenti a tutto ciò che scrive; ha moltissimi lettori, soprattutto tra coloro che sono fuggiti da Cuba e che sostengono la sua rischiosa battaglia per la libertà.

La rubrica Neapolis le ha dedicato due giorni fa il servizio "Cuba libre", che vi ripropongo qui. Per un approfondimento ulteriore, ancora più completo è quello del Wall Street Journal, "Blogging from Cuba".

Di Monica, 4 mesi e 24 giorni fa

Priorità etiche

2211705696 9892a536fc DFermo restando che Gilioli è già da tempo nell'empireo dei miei miti personali, la prassi che solitamente adotto quando leggo qualcosa di notevole è di segnalarla su Twitter. Se particolarmente meritevole, la annoto sul Tumblr. Ma a questo pezzo, assolutamente, va data massima visibilità.

Il problema, vedete, è molto semplice: Giuliano Ferrara non viaggia.

Voglio dire, se ne sta in uno splendido quartiere di Roma o in un albergo a cinque stelle di Milano, al massimo si allontana fino a Parigi dove apprezza molto il ristorante del Ritz, come ha avuto modo di raccontarci in passato.

Se muovesse il culo fino all’India o al Brasile, se vedesse con i suoi occhioni cerulei i bambini schiavizzati dal neocapitalismo, quelli che si prostituiscono per due dollari, quelli che dormono sui marciapiedi di Calcutta, quelli che a sei anni annusano colla per sopportare l’esistenza, quelli squartati dai trafficanti di organi, quelli costretti a lavorare 15 ore al giorno in una fabbrica di tappeti, quelli che dall’alba a notte trasportano mattoni, quelli che spaccano pietre sui bordi delle strade in cambio di un piatto di riso, quelli che quando piove gli casca la baracca di fango, quelli arruolati in una milizia con un fucile al collo, se vedesse tutto questo - se sentisse nel fondo dell’anima l’odore della miseria e della disperazione, dell’infanzia davvero negata, stuprata, strappata - forse le sue priorità etiche cambierebbero.

Il vero dramma del nostro tempo è non vedere aldilà del nostro naso, non capire lo scandalo merdoso della povertà globale che riguarda due miliardi di persone tra cui milioni di bambini, credere che per difendere la vita sia necessario proteggere gli embrioni e i feti, e non le creature senzienti e sofferenti di quattro o cinque anni di cui è pieno il pianeta.

(foto di shiny-cube)

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