Di Monica, 6 mesi e 6 giorni fa

Buoni propositi per programmatori

L'inizio del nuovo anno è il classico momento in cui tutti si dedicano a stilare la lista dei buoni propositi! FreelanceSwitch propone un'interessante lista di obiettivi professionali per sviluppatori che mi sento di condividere - per quanto non sia facile raggiungerli tutti!

  1. Imparare un nuovo linguaggio di programmazione
    Probabilmente per un programmatore è la cosa più importante da fare. L'apprendimento di un nuovo linguaggio serve non soltanto ad avere più materiale nel proprio portfolio, ma anche ad ampliare le conoscenze e a vedere le cose fatte in passato in modo differente, nell'ottica di migliorare.
    Uno sviluppatore web potrebbe prendere in considerazione, se non l'ha già fatto, di imparare Ruby on Rails. Anche senza applicarlo immediatamente a nuovi progetti, tutti assicurano che riesce a far cambiare il modo di ragionare anche sulle cose sviluppate in passato magari in Java o PHP.
  2. Avviare un proprio progetto
    Anche se solo per divertimento, è sempre un bene tenersi un po' in esercizio tutti i giorni. In questo modo è possibile imparare tecniche nuove, provare nuovi framework e strumenti; l'ideale sarebbe diventare un membro attivo di un progetto open source, che sia proprio o altrui. E' un buon modo per crearsi una reputazione, che nel lavoro torna sempre utile :-)
  3. Aggiornare «la cassetta degli attrezzi»
    I ferri del mestiere sono importanti! Sono quelli che consentono di svolgere il lavoro a livello pratico. Ogni attività ha bisogno dello strumento giusto, che si le adatti quanto più esattamente possibile. Ma chi non ha quel classico noiosissimo compito che svolge sistematicamente a mano? Sarebbe il caso di identificare lo strumento giusto per automatizzarlo, una volta per tutte. Forse ci sembrerà di sprecare tempo prezioso, in realtà lo staremo guadagnando.
  4. Leggere almeno un libro ogni trimestre
    La lettura è la parte cruciale dell'ampliamento delle conoscenze. Un buon testo tecnico ogni trimestre dovrebbe essere una regola, e bisognerebbe poi cercare di infilarci in mezzo anche qualche romanzo: la lettura non è mai stata una perdita di tempo, e un buon libro ha comunque un valore che i blog e Internet non possiedono: servono per stare aggiornati sulle novità, ma quasi mai per approfondire in modo rigoroso.
  5. Imparare dallo scorso anno
    Le vacanze sono il momento perfetto per guardarsi indietro, valutare realizzazioni e successi degli ultimi 12 mesi, ma anche per guardare a ciò che è andato storto, gli intralci, gli inghippi, e gli errori. Sarebbe il caso di metterli nero su bianco, cercando di pensare a come evitare che si ripresentino in futuro. Le cose andate male possono insegnare molto, se guardate oggettivamente.
  6. Sbarazzarsi di una vecchia abitudine
    Solitamente la prima cosa che viene in mente quando si parla di cattive abitudini è il fumo: per quanto smettere di fumare sia universalmente riconosciuto come un'ottima idea, una cattiva abitudine può essere anche qualcosa che rallenta il lavoro quotidiano o ci rende meno produttivi: controllare ossessivamente la casella di posta, lasciarsi andare a chiacchierare con gli amici su Skype o Gtalk, distrarsi sistematicamente seguendo i discorsi su Twitter... Tutte queste piacevolissime attività distraggono da ciò che però consente di portare a casa la pagnotta. A meno che non riusciate a trasformare in denaro anche queste attività. In caso contrario, forse si potrebbe considerare l'eventualità di ridurre il loro utilizzo...
  7. Acquisire una nuova abitudine
    Essendoci sbarazzati della cattiva abitudine del punto 6, adesso abbiamo più tempo disponibile... ma non è così semplice. Prendere una nuova abitudine può essere pericoloso, però può anche portare beneficio alla nostra attività: un buon esempio potrebbe essere avviare un blog professionale, o utilizzare email e IM per tenersi in contatto con i clienti.
    Una buona abitudine da acquisire potrebbe essere quella di imparare ad organizzare meglio il proprio lavoro, evitando di affogare nelle scadenze e restando concentrati sui propri obiettivi.
  8. Iniziare a scrivere un diario
    Come le teenager, solo evitando adesivi, pony e unicorni. A fine giornata, o dopo aver concluso un'attività, è sufficiente annotare ciò che è stato fatto, le cose andate storte e, cosa più importante, i successi. Volendo, è possibile inserire qualche annotazione riguardo le abitudini dei punti 6 e 7; in questo modo sarà possibile monitorare i progressi e si avrà uno storico a cui guardare alla fine dell'anno, come punto di partenza per il successivo. Inoltre, di non secondaria importanza è la sensazione di aver portato a compimento qualcosa in quel giorno :-)
  9. Allontanarsi dal computer
    Anche se è il lavoro vi dovesse divertire, esiste un mondo là fuori. Le persone, il sole, un sacco di cose da vedere, a tre dimensioni, in attesa di essere esplorate. Perché non prendere la macchina fotografica e cominciare a scattare? La fotografia è un buon modo per ottenere nuova ispirazione, tenere lontana la mente dal lavoro e le mani dal pc. Oppure, se è il caso, ci si può dedicare ad un'attività manuale, ad esempio la cucina: vi dà il tempo di pensare, vi distrae dal lavoro e tiene occupate mente e mani. E poi digitare e cliccare sul mouse per tutto il giorno fa venire un gran male a polsi e gomiti. Esistono cose più piacevoli al mondo...
  10. Andare in vacanza
    La vita è troppo breve per lavorare solamente. Ci sono un sacco di posti da visitare, senza computer (al massimo ci si può fermare in un Internet cafè per controllare ogni tanto la posta) e con tanti libri al seguito, che liberano la mente e danno nuove idee.

E' di certo una lista impegnativa... per seguirla bene il solo modo è non spaventarsi, affrontare ciascun punto uno ad uno, effettuando le proprie scelte e andando poi avanti. Penso che il modo migliore per cominciare sia leggere un libro, svuotare la mente, fissare i propri obiettivi e poi fare del proprio meglio per raggiungerli.

Personalmente non riesco a rispettare nessuno di questi 10 punti, tutti condivisibili... ma di difficile applicabilità, qualcuno di più, qualcuno di meno. Voi - inteso sia voi programmatori, sia, per i punti più generali, voi genericamente inteso come lavoratori - riuscite a rispettare questi principi che sembrano banali ma che spesso cozzano con le scadenze, le urgenze, gli imprevisti?

Di Monica, 8 mesi e 8 giorni fa

Il bravo informatico

Esce stamattina (anzi stanotte, io l'ho letto in anteprima sul PDA ieri sera nel mio lettuccio prima di addormentarmi) su Punto Informatico un bell'articolo di Giuseppe Cubasia, intitolato «Chi è un Bravo Informatico?» (con le lettere maiuscole, sì).

L'articolo è un po' più lungo della media del famoso portale, ma devo dire che, almeno per me, è molto interessante. Senza contare che è scritto in maniera chiara, a parole semplici e anche a tratti un po' ironico - purtroppo non è strano trovare a volte degli interventi di esperti tra virgolette che, in qualità di esperti tra virgolette, devono dimostrare al mondo di essere tali utilizzando frasari astrusi, cercando di farti capire il meno possibile in modo che tu che leggi e non capisci niente pensi: cavoli, quanto è avanti questo qui, anche se in realtà raramente è così, ha solo un buon dizionario dei sinonimi e contrari per descrivere in trenta righe un concetto che stava in una frase. Comunque, divagazioni a parte, Cubasia scrive bene.

E ha scritto bene anche del nostro mestiere di informatici: mi ci butto dentro, anche se lui pratica la professione tra 25 anni e io da 2 scarsi e la mia esperienza è limitata (però c'è, eh). Ne ha scritto bene perché per una volta non ho letto i soliti discorsi di stipendi, diritti, contratti - problemi assolutamente contingenti, di cui peraltro ho scritto anch'io qualche mese fa - ma di ciò che significa fare questo mestiere tutti i giorni, della passione che ci si mette, dell'autoironia e autocritica che fortunatamente ci accompagnano sempre, ma anche della volontà, e della capacità, di far comprendere a chi ci sta di fronte

quanto il Vostro lavoro sia complesso e sfaccettato (e di conseguenza oneroso ed impegnativo), perché deve essere accurato, completo per dare un servizio che nel tempo porterà guadagno (ovvero risparmio)

La riflessione più bella per me resta questa:

(l'informatica) la si vede in molti modi differenti: talvolta come una form, talvolta come un semplice pulsante, e spesso solo come una cifra in un conto d'investimento, quasi mai, anzi proprio mai come un sofisticato meccanismo creato dalle abili mani di un artigiano.

Sì, perché per quanto la si voglia far sembrare un prodotto industriale, l'informatica fatta a qualsiasi livello è del tutto artigianale.

Anche se ho ancora tante cose da imparare, mi dà un senso di gioia sapere di essere una specie di artista creativa!

Di Monica, 9 mesi e 25 giorni fa

Decisioni

Arriva sempre il momento in cui le decisioni non si possono più rimandare. Uno di questi momenti è arrivato qualche minuto fa.

Dopo le avverse vicende che ho raccontato a suo tempo in questo post, finisce un'altra esperienza lavorativa andata in modo totalmente opposto a quanto si prospettava. Risparmio i dettagli, chi mi conosce di persona già li sa, e chi no... beh... sappia che non ho lavorato in condizioni umane! :-P

Ci scherzo su, perché sono convinta di aver fatto la scelta giusta, anche se ho tanta confusione e un futuro decisamente nebuloso, per adesso.

Ma mi rincuora l'idea di poter tornare a gestire la mia vita, aver tempo di leggere un libro, di curarmi i capelli o andare in palestra... e di ricominciare a fare la cosa che mi è sempre piaciuta di più, cioè imparare. Nonostante l'ansia da prestazione che mi mettono gli esami, c'è una citazione che non riesco mai a non tenere a mente:

«...era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.» (Steve Jobs)

Amo il mio mestiere, quello che faccio, amo le sfide che pone, la ricerca scientifica, la lineare e semplice bellezza delle basi matematiche sottintese. Perciò ricomincio, nonostante l'ansia da prestazione. Ricomincio perché era un vecchio sogno che credevo morto con lei... e invece, proprio per lei, è ancora vivo, forse più di allora.

E stasera in un impeto di megalomania guarderò I pirati di Silicon Valley!

Di Monica, 1 anno fa

Elitel: crisi annunciata?

Elitel è in crisi, ormai è ufficiale. Uno dei maggiori operatori di telecomunicazioni ha improvvisamente (?) gettato nel panico mezza Italia. Qui e qui maggiori dettagli sulle vicende che hanno portato al taglio da parte di Telecom Italia dei circuiti dell'azienda debitrice.

Ci sono circa 300.000 utenze che da una settimana non hanno più connettività. Man mano sono state tagliate anche le linee di fonia tradizionale. Oggi stanno smettendo di funzionare le numerazioni VoIP.

Nella merda (non c'è altro modo di dirlo) si trovano anche le piccole aziende reseller, che hanno costruito con impegno, a poco a poco, giorno dopo giorno, anno dopo anno, una clientela contenta del servizio offerto e una reputazione di affidabilità e serietà, e che nel giro di qualche ora vedono sgretolarsi tutto. Come un vaso cinese: un anno per farlo, un istante per spaccarlo.

Lo sto vivendo dall'interno e fa rabbia, tanta rabbia, aver lavorato sempre con passione, impegno, sacrifici, e vedersi distruggere tutto da parte di chi, nelle alte sfere, sapeva di una situazione conclamata eppure ha tenuto tutto nascosto. Siamo alle solite: in Italia non esiste (e di questo passo, non esisterà mai) un corretto, libero mercato.

L'Authority era informata da tempo della situazione: Elitel ha un debito di oltre 100 milioni di euro nei confronti di Telecom, come era possibile pensare che saldasse d'un colpo? E' stato ufficialmente autorizzato l'override sulle ADSL Elitel, il che significa che è stato dichiarato lo stato di crisi: era così impossibile imporre di dare due settimane di tempo per una migrazione ad un altro circuito? Si sarebbero evitati i gravissimi disservizi agli utenti/consumatori e consentito alle aziende di salvarsi.

Ma no, bisogna salvaguardare le poltronissime da un milione di dollari. I pesci piccoli sono liberi di annegare.

Di Monica, 1 anno e 2 mesi fa

L'Italia è una repubblica fondata sul precariato

Gli schiavi moderni La legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane età. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. I diritti in pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi e creare i nuovi schiavi moderni.

 

Beppe Grillo

 

 

Non credo di avere la cultura, le conoscenze, la verve necessaria a scrivere dell'attuale significato della Festa dei Lavoratori. Sono solo una lavoratrice, mi sono laureata da poco più di un anno, non ho un'esperienza quantitativamente significativa. Perciò è difficile tracciare un quadro complessivo, me ne guardo bene; posso solo raccontare la mia piccola storia nella piccola regione dove sono nata, dove vivo ancora dopo 28 anni. La Basilicata è nota - a quelli a cui è nota, perché spessissimo veniamo confusi con un'appendice della Campania, della Calabria o della Puglia: non ci viene riconosciuta nemmeno l'esistenza sulla carta geografica - per essere una terra dalle tante risorse: acqua, petrolio, inquinamento prossimo allo zero, tante zone verdi, deliquenza minima. Dovrebbe essere, sulla carta, un paradiso: e mi sa tanto che lo è, per i cosiddetti imprenditori che, spinti da eccessi di generosità e forti di uno spirito da messia, decidono di venire a «investire» nelle lande desolate. Fatto di per sé apprezzabile, se non fosse che l'investimento è praticamente a costo zero, tenendo conto dell'ammontare di contributi pubblici, sgravi fiscali, aiuti economici... Ecco svelato il motivo di tanta zelante generosità! E cosa succede quando i contributi sgocciolano? C'è la cassa integrazione - che, ricordo, è un ulteriore ricorso a fondi pubblici. E se non basta? Trattative sindacali che si trascinano indefinitamente, fino all'approvazione dello stanziamento di altri fondi con cui tirare a campare.

Dipendiamo insomma dai soldi pubblici... senza avere nemmeno l'ombra di una garanzia vagamente somigliante a quelle di un dipendente pubblico.

Veniamo spesso accusati, noi abitanti di Terronia, di essere pigri, non voler lavorare, aspettare la manna dal cielo sottoforma di posto da dipendente statale dove avere poco lavoro e tutte le garanzie del caso. Di solito personalmente contesto, a prescindere, qualsiasi teoria faccia di tutt'erba un fascio; non sto comunque qui a contestare le altrui opinioni, posso solo, come dicevo prima, raccontare la mia piccola storia.

Mi sono laureata a Potenza e sono sbarcata nel nulla. Volevo specializzarmi e fare un master annunciato dalla stessa Università della Basilicata, con sede a Matera; non se n'è fatto nulla per mancanza del numero minimo di iscrizioni. Così l'ho frequentato a Roma: per fortuna era un master pensato per lavoratori, i corsi si svolgevano nel weekend e così per oltre un anno ho fatto la pendolare al contrario, ovvero stavo a casa durante la settimana ed il venerdì partivo per la capitale, rientrando il sabato sera.

Nel frattempo pensavo che un po' d'esperienza non mi avrebbe fatto male: conoscevo il titolare di una piccola azienda al quale ho proposto di farmi lavorare qualche mese per potermi inserire nel mondo del lavoro. Gratis, ovviamente. Ero una scommessa. L'esperienza è stata estremamente positiva sia per me sia per l'azienda. Tuttavia il mercato non giustificava l'inserimento di un dipendente.

Ho vinto una borsa di studio per svolgere delle attività di supporto presso un ente pubblico. Sì perché la mia regione fa anche questo: ottiene moltissimi soldi dalla comunità europea da investire in progetti di sviluppo, e così li distribuisce un po' a pioggia per non scontentare nessuno (e di sviluppo, ovviamente, neanche a parlarne). Ho resistito un mese: la mia unica incombenza era la presenza. Non esisteva nulla di cui io potessi lontanamente occuparmi. Mi pagavano semplicemente per stare lì: l'unico aggettivo che mi viene in mente è mortificante.

Un'azienda del settore mi ha proposto l'assunzione ed ho accettato. Lavoro lì da sei mesi, me ne restano, da contratto, altri tre. Centro di ricerca accreditato dal ministero: ci si aspetta l'eccellenza. In realtà è proprio una di quelle aziende che attingono senza sosta alle casse statali/regionali proponendo progetti fantasma, consulenze inesistenti, insomma un mare burocratico in cui certe volpi sguazzano. E così arriva anche il nostro stipendio. A singhiozzo, in ritardo spesso di mesi. Uno stipendio che spesso penso mi venga versato per ripagare della mortificazione, delle ore perse inutilmente a fare semplice presenza, delle magagne che altri creano e poi mollano all'ultimo arrivato, della considerazione pressocché nulla che hanno non solo della mia persona, ma anche della mia professionalità.

Eppure a volte penso anche che c'è chi sta peggio. Perché il mio stipendio, pur non essendo per niente alto, è comunque impensabile, nelle mie zone, per un neolaureato. Perché ho un contratto a termine, ma almeno non è a progetto, mi spettano ferie, malattia, contributi. Ho provato a cercare altro: a Milano, a Roma c'è tutto il posto che voglio. Peccato che in posti come questo lo stipendio attuale non mi basterebbe nemmeno per vitto e alloggio. Un'unica proposta a Matera: consulente presso una prestigiosissima azienda. Ovviamente era un incarico in subappalto: co.co.pro per qualche mese, poi chissà. Ammontare dello stipendio: uguale a quello attuale, con la differenza che avrei dovuto abitare a 140 chilometri, quindi ancora affitto, spese, viaggi. Quello che mi fa arrabbiare dell'attuale situazione del mercato del lavoro italiano, è che si è strumentalizzato il contratto a progetto fino a farlo diventare la normalità. Contratti di questo tipo esistono anche altrove: servono per dotarsi di personale specializzato per progetti urgenti per i quali non è possibile attendere la conclusione di un percorso formativo del personale interno. E' un po' come andare da un medico presso il suo studio privato anziché attendere le liste d'attesa pubbliche: la scelta è legittima, ma l'urgenza si paga. Ma noi informatici abbiamo un problema di fondo.

Il problema è che se voglio fare l'avvocato, devo innanzi tutto prendere una laurea in giurisprudenza. Non c'è dubbio su questo. Nessuno si affiderebbe a un sedicente avvocato senza laurea. Poi, dopo la pratica, devo iscrivermi all'ordine. L'ordine stabilisce anche un tariffario a cui far riferimento. Lo stesso discorso vale per un notaio, per un medico, per un ingegnere, per un architetto, per un commercialista.
Noi informatici siamo una massa informe di cosiddetti esperti, senza regole. Al giorno d'oggi basta essere un po' smanettoni per stabilire di essere «informatici». Con questo non voglio dire che non ci siano persone molto brave anche senza laurea. Dico soltanto che non è un modo serio di creare un corretto mercato del lavoro. Se ci fosse un'organizzazione a cui fare riferimento, penso che sarei la prima ad iscrivermi per fare il consulente, con tariffe certe e prestabilite e con orari di lavoro che nulla hanno a che fare con quello di un dipendente: il consulente interviene quando serve, non sta di certo 8 ore nell'ufficio del cliente. Almeno, così dovrebbe essere.

Come potete immaginare, insomma, ho rifiutato questa proposta e continuo a fare il dipendente a tempo determinato in un'azienda in cui non vengo minimamente valorizzata, semplicemente perché non sono nell'enclave delle volpi che «progettano» e che riescono a suggere fondi e contributi statali: sono un tecnico, dal loro punto di vista bassa manodopera. Più di una volta a qualche osservazione ci sentiamo rispondere: «Non ti pago per pensare ma per eseguire».

Poi ci si chiede perché la fuga dei cervelli, perché l'emigrazione giovanile. L'idea di aprire una piccola società, in futuro, l'ho sempre avuta, ma da neolaureati è un'impresa impossibile: non ho l'esperienza necessaria, non saprei nemmeno da che parte cominciare. Aziende informatiche qui ce ne sono, ma sono al 99% micro-imprese, società di tre o quattro persone che lavorano, e anche bene, ma semplicemente per se stessi: il mercato (me l'hanno ripetuto fino alla nausea) non giustifica la presenza di un dipendente.

Così l'idea di mettersi in lista per avere un posto da insegnante (cosa che tuttora aborro, semplicemente è un mestiere che non fa per me) diventa il sogno, il fine ultimo degli sventurati giovani innamorati del loro sud. Perché l'unica soluzione alternativa è fare le valigie ed emigrare a Milano, adattarsi a dormire in qualche stanza doppia, continuando a fare la vita degli studenti squattrinati: con i contratti a termine non si ottengono finanziamenti nemmeno per acquistare un'auto, figuriamoci per accendere un mutuo.

Apro parentesi: penso anche che, visto che il Vaticano vuole necessariamente far pesare la sua ingerenza nel mondo politico e sociale, perché non si occupa di questo, invece di barricarsi dietro la parola «famiglia» come se chiunque sta dall'altra parte fosse il diavolo in persona? Come crede, la Chiesa, che i giovani possano pensare di farsi una famiglia, acquistare una casa, fare dei figli, in una situazione di precarietà tanto diffusa? Perché non fa pesare una sua posizione forte su questioni del genere, invece di blaterare inutilmente slogan retrogradi?

Concludo con una citazione da Beppe Grillo: «Ogni anno il primo giugno il presidente della Repubblica nomina 25 cavalieri del lavoro. Gente che ha sviluppato, creato aziende. Persone che ce l'hanno messa tutta per riuscire nella vita e per fare il bene della Nazione. Per diventare cavalieri del lavoro non è necessario lavorare, ma è indispensabile essersi arricchiti (...) Operai, agricoltori ed impiegati con 35/40 anni di lavoro alle spalle e la pensione che arriva se arriva non sono stati proposti. Manager grassi di stock option e dai risultati dubbi, imprenditori indebitati, capitani d'azienda con i soldi dello Stato, sono lì, in prima linea, cavalieri al galoppo (...) L'anno prossimo Napolitano premi i precari, i CoCoCo, i CoCoPro, i dipendenti a 1000 euro al mese, per loro sarebbe sufficiente una medaglia semplice, una menzione. E lasci i cavalieri nelle stalle.»

Ho finito. Una domanda: cos'ho da festeggiare oggi, io lavoratrice?