Di Monica, 5 mesi e 29 giorni fa

Le zucchine

E' che anche io l'ho visto questo film, ma senza attenzione. Perché la poesia, nel frastuono della cena, i bambini, i parenti, piatti che vanno e vengono, "scusa mi passi il sale?", la poesia, ecco, si perde, non arriva se non in frammenti.

Per fortuna c'è Marco, e Marco sì che è un poeta.

Infatti ha scritto questa cosa bellissima, e spero tanto che non se la prenda se ne riporto un po', ma non volevo perderla, non volevo che magari qualche distratto non la leggesse.

Ci sono dei bisogni che ci definiscono, dei bisogni che percepiamo come fondanti della nostra vita, della bolla di realtà in cui ci muoviamo:

"se muore lei, per me tutta questa messinscena del mondo che gira che..

possono anche smontare, portare via,"

Ho capito che il calabrone alla fine non poteva non amare quel fiore, perché quel fiore era così bello e inaspettato che tutto aveva colore perché da quel fiore traeva il pigmento. Perché quel bisogno era lui stesso.
Nel bisogno che tutto sia vivo fiorisce il bisogno di qualcuno per cui tutto questo viaggio abbia un senso:

"possono schiodare tutto, arrotolare tutto il cielo e caricarlo su un camion col rimorchio, possono spengere questa luce bellissima del sole che mi piace tanto, tanto... "

(...) Il bisogno è una bestia crudele e generosa. Crudele perché non regala alcunché, la brama duole, la mancanza non sottintende né contiene il bene desiderato. Le strade per averlo possono essere dure, durissime, non esistere a volte. Ma è una belva generosa perché spinge verso quel che colora la vita e dà la forza di fare tutto, di ridere e piangere, perdonare e di chiedere perdono, di correre e sapere quando fermarsi, di parlare e chiedere.

"lo sai perchè mi piace tanto? Perchè mi piace lei illuminata dalla luce del sole, tanto...

possono porta' via tutto questo tappeto, queste colonne, questi palazzi,

 la sabbia, il vento, le rane, i cocomeri maturi, la grandine,"

Tutto quel che è bello, che sia fuori di noi se vogliamo vederlo e desiderarlo o che sia dentro di noi, nei nostri ricordi più labili e odorosi, ricordi luminosi come un giorno di mare o caldi come un cucinino allegro pieno di piatti e di fotocopie, dolorosi come una paura di insincerità  o felici come una mattina di sole, tutto ci rimanda a quegli occhi, a quelle mani.

"le sette del pomeriggio, maggio, giugno, luglio,

il basilico, le api, il mare, le zucchine... le zucchine..."

 

Di Monica, 6 mesi e 1 giorno fa

Confessioni d'agosto

Si intitolava così un post che ho letto su un blog almeno due o tre anni fa.

Non ho appuntato né il blog né il link, mi dispiace. Ho provato a cercarlo, ma non l'ho trovato. Se qualcuno è più bravo di me, me lo segnali.

Però ho appuntato il post. Era così bello che l'ho copiato e incollato in un file di testo e conservato. Sono passati anni in cui ha preso polvere. Stasera qualcosa me l'ha fatto tornare in mente, perché d'improvviso l'ho capito pienamente.

Eccolo qui.

 

Non è il dolore per averti perduta a spezzarmi il sonno in queste notti d’agosto.

Mi sveglio dolorante, è vero, ma per le ossa posate male sul materasso. E un braccio insensibile come un tronco morto per le troppe ore passate sotto al torace. Mentre il sangue torna a fluire nelle tubature trafiggendomi con un’atroce sensazione di gelo ho già rimesso in moto quel catorcio di mente.

Un moto circolare, frustrante, che non può allontanarsi troppo da un’idea fissa, con movimenti limitati come quelli di un cane alla catena.

 

Ricordi la pena che da bambino ti facevano i lupi e le tigri allo zoo? Andavano avanti e indietro ininterrottamente, tutto il giorno, ripetendo in modo ossessivo gli stessi gesti, in una gabbia appena più grande del proprio corpo. Messi in libertà hai scoperto che essi continuavano a ripetere quei movimenti nell’identico spazio occupato in tanti anni, come fossero ancora circondati da sbarre invisibili.

La gabbia si è trasferita nella loro mente.

Tu ti vedi così. Esattamente così.

In un recinto marcato a urina nel quale hai dilapidato i migliori giorni dell'estate. Non fai un passo per evadere dalla cella, sarebbe inutile. Te la sei costruita intorno, come una seconda pelle. Ma la stagione della muta è ancora lontana.

A nessuno verrà in mente di invadere il tuo territorio, puoi stare tranquillo. Almeno fin quando la vacca-inquilino sarà buona da mungere.

Ti disgustava mescolarti alle truppe dei vacanzieri: frittate di pasta più larghe di frisbee, cornuti in cellulite, marmocchi impeciati di fanghi neri sul lurido bagnasciuga.

Il tuo problema è che sei un eremita poco credibile. I tuoi genitori ti telefonano dal mare e quando ci parli ti trema un po’ la voce per lo sforzo di sembrare allegro.

Senti la loro mancanza, vorresti poterli abbracciare.

Confidargli che è avvilente sondare la propria faccia nello specchio, ogni mattina.

La pesantezza degli occhi gonfi, i segni del cuscino che ti solcano le guance.

Cerchi di rimediare con acqua fredda.

Il pensiero del tempo ti scorre sulla pelle. I tuoi timori ti schiacciano.

Tu hai troppa paura di vivere, fratello.

Così misuri ogni centimetro di queste stanze, fantasticando furiosamente, dipingendo, scrivendo, leggendo, ascoltando e componendo musica, ma senza dedicare a nulla di tutto ciò più del 20% di te stesso. Sei confinato nella torre d’avorio dell’autocommiserazione. Un senso di protagonismo da eroe romantico, incomprensibile per chiunque, ma che ti basta per vivere.

Campi in un fottuto romanzo interiore, un libro letto in solitudine. Te lo sei praticamente scritto addosso, ma non ti ci puoi confrontare con nessuno.

Non sei maturato, sei solo invecchiato.

Il poter stare con una donna t'ha cambiato. In peggio.

A proposito: lei dove sarà?

Non dirmi che senti la sua mancanza. Su quale lido sfila il suo indimenticabile fondoschiena?

E si diverte, su quelle spiagge? Si, forse si diverte.

Ed è felice.

E tu per lei, se lo è davvero.

 

Come ti dicevo, non è il dolore per averti perduta a spezzarmi il sonno in queste notti d’agosto.

E’ l’insostenibile pensiero di dovermi confrontare un giorno con un'altra, appena appena diversa da te.

Di doverle nascondere puerilmente all'inizio difetti, timori e fobie, salvo poi riversarglieli indecorosamente addosso appena acquistato un briciolo di fiducia.

Nessuno meriterebbe una simile tortura.

Mettere a tacere il disgusto per una nuova bocca, un nuovo alito, un nuovo odore, un nuovo sapore.

Doversi abituare alle manie, sincronizzarsi nelle scopate, allinearsi alle voglie, prendere nota di ciò che odia, comprenderne le passioni, elemosinarne sguardi e carezze, indovinarne i gusti, interpretarne gli sguardi, la parole dette e quelle non dette, compatirne i fallimenti, telefonarle controvoglia.

E dovere, mio malgrado, farmi accettare e sopportare allo stesso identico modo.

E poi coppia. Magari famiglia. Magari bambini.

Un coppino di trippa, grazie. Lo vuoi lo zucchero filato, appapà?

Lo scopone scientifico delle cinque coi parenti. Le file al casello, tremolanti nel caldo.

 

Sarebbe stato bello vivere perfino quest’incubo di estate con te.

Stupido, maledetto, incompleto amore mio.