La legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane età. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. I diritti in pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi e creare i nuovi schiavi moderni.
Beppe Grillo
Non credo di avere la cultura, le conoscenze, la verve necessaria a scrivere dell'attuale significato della Festa dei Lavoratori. Sono solo una lavoratrice, mi sono laureata da poco più di un anno, non ho un'esperienza quantitativamente significativa. Perciò è difficile tracciare un quadro complessivo, me ne guardo bene; posso solo raccontare la mia piccola storia nella piccola regione dove sono nata, dove vivo ancora dopo 28 anni. La Basilicata è nota - a quelli a cui è nota, perché spessissimo veniamo confusi con un'appendice della Campania, della Calabria o della Puglia: non ci viene riconosciuta nemmeno l'esistenza sulla carta geografica - per essere una terra dalle tante risorse: acqua, petrolio, inquinamento prossimo allo zero, tante zone verdi, deliquenza minima. Dovrebbe essere, sulla carta, un paradiso: e mi sa tanto che lo è, per i cosiddetti imprenditori che, spinti da eccessi di generosità e forti di uno spirito da messia, decidono di venire a «investire» nelle lande desolate. Fatto di per sé apprezzabile, se non fosse che l'investimento è praticamente a costo zero, tenendo conto dell'ammontare di contributi pubblici, sgravi fiscali, aiuti economici... Ecco svelato il motivo di tanta zelante generosità! E cosa succede quando i contributi sgocciolano? C'è la cassa integrazione - che, ricordo, è un ulteriore ricorso a fondi pubblici. E se non basta? Trattative sindacali che si trascinano indefinitamente, fino all'approvazione dello stanziamento di altri fondi con cui tirare a campare.
Dipendiamo insomma dai soldi pubblici... senza avere nemmeno l'ombra di una garanzia vagamente somigliante a quelle di un dipendente pubblico.
Veniamo spesso accusati, noi abitanti di Terronia, di essere pigri, non voler lavorare, aspettare la manna dal cielo sottoforma di posto da dipendente statale dove avere poco lavoro e tutte le garanzie del caso. Di solito personalmente contesto, a prescindere, qualsiasi teoria faccia di tutt'erba un fascio; non sto comunque qui a contestare le altrui opinioni, posso solo, come dicevo prima, raccontare la mia piccola storia.
Mi sono laureata a Potenza e sono sbarcata nel nulla. Volevo specializzarmi e fare un master annunciato dalla stessa Università della Basilicata, con sede a Matera; non se n'è fatto nulla per mancanza del numero minimo di iscrizioni. Così l'ho frequentato a Roma: per fortuna era un master pensato per lavoratori, i corsi si svolgevano nel weekend e così per oltre un anno ho fatto la pendolare al contrario, ovvero stavo a casa durante la settimana ed il venerdì partivo per la capitale, rientrando il sabato sera.
Nel frattempo pensavo che un po' d'esperienza non mi avrebbe fatto male: conoscevo il titolare di una piccola azienda al quale ho proposto di farmi lavorare qualche mese per potermi inserire nel mondo del lavoro. Gratis, ovviamente. Ero una scommessa. L'esperienza è stata estremamente positiva sia per me sia per l'azienda. Tuttavia il mercato non giustificava l'inserimento di un dipendente.
Ho vinto una borsa di studio per svolgere delle attività di supporto presso un ente pubblico. Sì perché la mia regione fa anche questo: ottiene moltissimi soldi dalla comunità europea da investire in progetti di sviluppo, e così li distribuisce un po' a pioggia per non scontentare nessuno (e di sviluppo, ovviamente, neanche a parlarne). Ho resistito un mese: la mia unica incombenza era la presenza. Non esisteva nulla di cui io potessi lontanamente occuparmi. Mi pagavano semplicemente per stare lì: l'unico aggettivo che mi viene in mente è mortificante.
Un'azienda del settore mi ha proposto l'assunzione ed ho accettato. Lavoro lì da sei mesi, me ne restano, da contratto, altri tre. Centro di ricerca accreditato dal ministero: ci si aspetta l'eccellenza. In realtà è proprio una di quelle aziende che attingono senza sosta alle casse statali/regionali proponendo progetti fantasma, consulenze inesistenti, insomma un mare burocratico in cui certe volpi sguazzano. E così arriva anche il nostro stipendio. A singhiozzo, in ritardo spesso di mesi. Uno stipendio che spesso penso mi venga versato per ripagare della mortificazione, delle ore perse inutilmente a fare semplice presenza, delle magagne che altri creano e poi mollano all'ultimo arrivato, della considerazione pressocché nulla che hanno non solo della mia persona, ma anche della mia professionalità.
Eppure a volte penso anche che c'è chi sta peggio. Perché il mio stipendio, pur non essendo per niente alto, è comunque impensabile, nelle mie zone, per un neolaureato. Perché ho un contratto a termine, ma almeno non è a progetto, mi spettano ferie, malattia, contributi. Ho provato a cercare altro: a Milano, a Roma c'è tutto il posto che voglio. Peccato che in posti come questo lo stipendio attuale non mi basterebbe nemmeno per vitto e alloggio. Un'unica proposta a Matera: consulente presso una prestigiosissima azienda. Ovviamente era un incarico in subappalto: co.co.pro per qualche mese, poi chissà. Ammontare dello stipendio: uguale a quello attuale, con la differenza che avrei dovuto abitare a 140 chilometri, quindi ancora affitto, spese, viaggi. Quello che mi fa arrabbiare dell'attuale situazione del mercato del lavoro italiano, è che si è strumentalizzato il contratto a progetto fino a farlo diventare la normalità. Contratti di questo tipo esistono anche altrove: servono per dotarsi di personale specializzato per progetti urgenti per i quali non è possibile attendere la conclusione di un percorso formativo del personale interno. E' un po' come andare da un medico presso il suo studio privato anziché attendere le liste d'attesa pubbliche: la scelta è legittima, ma l'urgenza si paga. Ma noi informatici abbiamo un problema di fondo.
Il problema è che se voglio fare l'avvocato, devo innanzi tutto prendere una laurea in giurisprudenza. Non c'è dubbio su questo. Nessuno si affiderebbe a un sedicente avvocato senza laurea. Poi, dopo la pratica, devo iscrivermi all'ordine. L'ordine stabilisce anche un tariffario a cui far riferimento. Lo stesso discorso vale per un notaio, per un medico, per un ingegnere, per un architetto, per un commercialista.
Noi informatici siamo una massa informe di cosiddetti esperti, senza regole. Al giorno d'oggi basta essere un po' smanettoni per stabilire di essere «informatici». Con questo non voglio dire che non ci siano persone molto brave anche senza laurea. Dico soltanto che non è un modo serio di creare un corretto mercato del lavoro. Se ci fosse un'organizzazione a cui fare riferimento, penso che sarei la prima ad iscrivermi per fare il consulente, con tariffe certe e prestabilite e con orari di lavoro che nulla hanno a che fare con quello di un dipendente: il consulente interviene quando serve, non sta di certo 8 ore nell'ufficio del cliente. Almeno, così dovrebbe essere.
Come potete immaginare, insomma, ho rifiutato questa proposta e continuo a fare il dipendente a tempo determinato in un'azienda in cui non vengo minimamente valorizzata, semplicemente perché non sono nell'enclave delle volpi che «progettano» e che riescono a suggere fondi e contributi statali: sono un tecnico, dal loro punto di vista bassa manodopera. Più di una volta a qualche osservazione ci sentiamo rispondere: «Non ti pago per pensare ma per eseguire».
Poi ci si chiede perché la fuga dei cervelli, perché l'emigrazione giovanile. L'idea di aprire una piccola società, in futuro, l'ho sempre avuta, ma da neolaureati è un'impresa impossibile: non ho l'esperienza necessaria, non saprei nemmeno da che parte cominciare. Aziende informatiche qui ce ne sono, ma sono al 99% micro-imprese, società di tre o quattro persone che lavorano, e anche bene, ma semplicemente per se stessi: il mercato (me l'hanno ripetuto fino alla nausea) non giustifica la presenza di un dipendente.
Così l'idea di mettersi in lista per avere un posto da insegnante (cosa che tuttora aborro, semplicemente è un mestiere che non fa per me) diventa il sogno, il fine ultimo degli sventurati giovani innamorati del loro sud. Perché l'unica soluzione alternativa è fare le valigie ed emigrare a Milano, adattarsi a dormire in qualche stanza doppia, continuando a fare la vita degli studenti squattrinati: con i contratti a termine non si ottengono finanziamenti nemmeno per acquistare un'auto, figuriamoci per accendere un mutuo.
Apro parentesi: penso anche che, visto che il Vaticano vuole necessariamente far pesare la sua ingerenza nel mondo politico e sociale, perché non si occupa di questo, invece di barricarsi dietro la parola «famiglia» come se chiunque sta dall'altra parte fosse il diavolo in persona? Come crede, la Chiesa, che i giovani possano pensare di farsi una famiglia, acquistare una casa, fare dei figli, in una situazione di precarietà tanto diffusa? Perché non fa pesare una sua posizione forte su questioni del genere, invece di blaterare inutilmente slogan retrogradi?
Concludo con una citazione da Beppe Grillo: «Ogni anno il primo giugno il presidente della Repubblica nomina 25 cavalieri del lavoro. Gente che ha sviluppato, creato aziende. Persone che ce l'hanno messa tutta per riuscire nella vita e per fare il bene della Nazione. Per diventare cavalieri del lavoro non è necessario lavorare, ma è indispensabile essersi arricchiti (...) Operai, agricoltori ed impiegati con 35/40 anni di lavoro alle spalle e la pensione che arriva se arriva non sono stati proposti. Manager grassi di stock option e dai risultati dubbi, imprenditori indebitati, capitani d'azienda con i soldi dello Stato, sono lì, in prima linea, cavalieri al galoppo (...) L'anno prossimo Napolitano premi i precari, i CoCoCo, i CoCoPro, i dipendenti a 1000 euro al mese, per loro sarebbe sufficiente una medaglia semplice, una menzione. E lasci i cavalieri nelle stalle.»
Ho finito. Una domanda: cos'ho da festeggiare oggi, io lavoratrice?